Accenni letterari

Questo articolo è un breve testo di introduzione alla letteratura curda tradotto e introdotto da Francesco Marilungo, laureato in letteratura italiana e appassionato di letteratura curda e turca, grande amico incontrato nelle strade di Diyarbakır.

La letteratura classica curda di Işık Fehim

 

 

 

 

 

 

 

(Sperando di fare cosa gradita al lettore curioso italiano, traduciamo dal turco, previa gentile  concessione dell’autore, un articolo di Fehim Işık intitolato La letteratura classica curda e apparso on-line sulla gazzetta «Ilke Haber» il 19 Gennaio 2010. Fra le tante altre che meritano attenzione, la letteratura curda è una di quelle che necessitano di una particolare cura, date le minacce che da più di un secolo ne minano l’esistenza e la libertà. Nonostante tutto però non molla, non muore. Il Novecento è passato anche per insegnare che in condizioni estreme la letteratura è uno degli strumenti più affinati di resistenza e di persistenza. Viene in mente il canto dantesco in Se questo è un uomo…Una motivatissima generazione di scrittori curdi ha iniziato a venire fuori negli anni Novanta e continua a promettere…pur fra mille difficoltà. È con spirito di sostegno, di curiosità e di amicizia che vogliamo proporvi questa breve introduzione divulgativa, sperando di accendere l’attenzione di qualcuno e sperando in una futura traduzione italiana dell’autore contemporaneo simbolo di questa letteratura: Mehmed Uzun. E con la promessa di parlarvi più in là della traduzione inglese del classico curdo (un po’ la loro Commedia) Mem û Zîn).

A tutt’oggi c’è chi, parlando dell’esistenza o della lingua dei Curdi, può alzarsi e dire: “Ma quale lingua dei Curdi, ma quale storia, ma quale letteratura?”. Senza dubbio lo scopo di questo scritto non è quello di dimostrare a qualcuno l’esistenza dei curdi, della loro lingua o della loro letteratura. D’altronde non è neanche necessario. Quasi tutta questa gente non è padrona di una prospettiva accademica. Senza azzardare ricerche sull’argomento, valuta soltanto con occhio politico. Se nell’interpretazione storica, nella ricerca letteraria e in quella filologica si assumono dei metri-base di valutazione scientifici, si vedrà che i Curdi possiedono, almeno quanto gli altri popoli, un passato letterario radicato, opere di valore e scrittori classici.Altro argomento che dev’essere chiarito è questo. Per quanto infatti vogliamo criticare i punti di vista inconsapevoli di chi non è curdo, non possiamo in alcun modo negare che i precursori e i pionieri della ricerca compiuta sui Curdi, approssimativamente durante tutto l’ultimo secolo, siano stranieri. I primi a compiere ricerche sulla lingua, a ritrovare manoscritti e a pubblicare documenti storici e letterari sono stati scienziati, ricercatori e accademici come Alexander Jaba, Albert Soncin, Bazil Nikitin, M. B. Rudenko e Minorskij. Certo non va dimenticato che il popolo più oppresso dell’ultimo secolo è proprio il popolo curdo. Per questa ragione forse i Curdi non hanno compiuto ricerche su se stessi, ma sono stati sopratutto gli altri a compierle. Quest’assenza di accademici e di ricercatori però non sta a significare che noi non abbiamo fatto nulla. Fra i curdi ci sono stati preziosi intellettuali che hannno posto la loro firma a importanti lavori di ricerca: Mehmet Emin Bozarslan, Ekrem Mayî, Malmisanij, Mehmet Bayrak.

L’influenza della lingua sulla letteratura classica.

Nella letteratura classica per come è intesa, la lingua che produce la letteratura è in stretta relazione con la lingua parlata dal popolo. La letteratura si protegge con la lingua e con la lingua si sviluppa. La letteratura curda da questo punto di vista non può essere valutata diversamente. Oggi sappiamo con più certezza che l’origine della letteratura classica curda risale almeno a mille anni fa. Sebbene in merito ci siano diverse valutazioni, la grande maggioranza delle opere di questa letteratura può essere letta e compresa al giorno d’oggi. Alcuni ricercatori collegano questa “leggibilità” con l’immobilità della lingua. A mio avviso questa spiegazione non basta. Se i curdi possono comprendere un’importante maggioranza della loro letteratura classica si deve al fatto che essi per migliaia di anni hanno vissuto sedentariamente nelle medesime terre. Ad ogni modo qui la realtà è che, qualunque ne sia la ragione, se la lingua della letteratura classica è ad oggi comprensibile e gli scrittori moderni ne fanno tesoro nella loro produzione, vuol dire che nel campo della letteratura ai curdi sono state lasciate in eredità importanti risorse. 

L’origine della letteratura classica.

I ricercatori posseggono diversi punti di vista per quel che riguarda l’origine della letteratura classica curda e la prima opera scritta in curdo. Secondo Alexander Jaba, autore di vari lavori nella regione per il consolato di Erzurum, il primo poeta della letteratura classica curda fu Elî Herîrî. Diversamente da quanto sostenuto da Jaba c’è chi accetta Baba Tahîrê Hemedanî come il primo scrittore classico. Il ricercatore curdo Enver Mayî invece ritiene che Îbn Xelîkan sia stato il primo scrittore classico curdo. Al giorno d’oggi nelle mani dei ricercatori non c’è un’opera in curdo che possa essere attirbuita a Îbn Xelîkan. D’altro canto Baba Tahîrê Hemedanî e Îbn Xelîkan sono vissuti nello stesso periodo. Stando ai calcoli di Minorskij, Baba Tahîrê Hemedanî sarebbe vissuto fra il 938 e il 1010, mentre Îbn Xelîkan, di cui non si conosce la data di nascita, sarebbe vissuto fino al 1020. Altro poeta curdo, una parte delle cui opere sono giunte sino a noi e vissuto anni dopo i due scrittori nominati, esattamente fra il 1010 e il 1078, è Elî Herîrî. Anche una parte delle poesie dedicate a Maometto scritte da Baba Tahîrê nel dialetto curdo Gorani (in nota) sono riuscite ad arrivare ai nostri giorni. Baba Tahîrê Uryan, conosciuto anche come Baba Tahirê Hemedanî, come si può arguire dal nome visse nella regione iraniana del Kurdistan, nella città di Hemedan. Secondo la spiegazione dell’Enciclopedia islamica, l’epiteto di “uryan-nudo” gli viene attribuito nella Madrasa di Hemedan. Per raggiungere il grado di “Tutore” infatti, Baba Tahirê nel mezzo di una fredda notte si calò nudo nell’acqua e i due versi che pronunciò svegliandosi al mattino, «andando a letto ero mezzo Curdo / Mi sveglio stamattina e sono Arabo», starebbero proprio a spiegare, nel linguaggio dominante dell’epoca, l’acquisita facoltà di diventare “tutore”. Come si sa la parola araba “uryan” viene usata correntemente nel senso di “nudo”. D’altra parte ci sono ricercatori che spiegano l’attribuzione dell’appellativo in altro modo: i popoli che parlano “berciando” pesantemente con la laringe, emettono suoni del tipo “ure ur” e a Baba Tahîrê, che supplicava continuamente Allah, sarebbe stato assegnato tale soprannome per le sue suppliche fatte “berciando”. Ad ogni modo, qualunque ne sia la ragione, ciò che è certo è questo: come ha dichiarato nella sua poesia, Baba Tahîrê era curdo e una parte delle sue opere, soprattutto quella dedicata al Profeta, la scrisse in un Pro-Curdo che viene detto dialetto Gorani. Elî Herîri è venuto al mondo nel villaggio di Herîr, appartenente alla provincia di Şemdinli. È conosciuto come un poeta che ha scritto divan (in nota) in curdo. Eppure la sua raccolta di poesie non è disponibile ai ricercatori. Nel 1887 per la prima volta Albert Soncin ha collocato in una sua opera una poesia di Herîri. Sadiq Bahadîn invece nella sua raccolta pubblicata nel 1980 col titolo “Hozanêt Kurd / Poeti Curdi”, ha fatto riferimento a una raccolta poetica relativa a Herîrî e ha fatto posto nella sua antologia a qualcuna delle sue poesie. Inoltre, come sappiamo da M. B. Rudenko una parte dei manoscritti di Elî Herîri si trovano nella biblioteca Şaltikov-Şedrin di S.Pietroburgo (nota).

Gli scrittori classici curdi.

Alexander Jaba nella sua opera fa menzione di otto poeti. Eccoli: Elî Herîrî (1010-1078), Melayê Cizîrî (12° oppure 15-16 secolo), Feqiyê Teyran (1307-1375 oppure 1590-1660), Melayê Batê (1417-1491), Ehmedê Xanî (1650-1706), Îsmaîlê Bazîdî (1654-1709), Şeref Xanê Hekarî (1682-1748), Murad Xanê Bazîdî (1736-1778). Parallelemente a Jaba, il vate della lingua curda Celadet Bedirxan, nel 33° numero di «Hawar», la prima rivista curda pubblicata in alfabeto latino, scrivendo sotto lo pseudonimo di Herekol Azîzan, fa menzione degli scrittori classici in dialetto Sornai e Kurmanji (in nota). In questo scritto Celadet Bedirxan riassume brevemente la biografia e le opere di questi scrittori. Fra quelli che hanno scritto in dialetto Sorani (nota) menziona Nalî, Hecî Qadirê Koyî, Şêx Riza Telebanî, mentre per quelli che hanno scritto in dialetto Kurmanji riporta i seguenti nomi: Axayê Bidarî, Siyahpûş, Axayok, Mewlana Xalid, Mele Yehyayê Mizûrî, Mele Xelîlê Sêrtî, Şêx Ebdilqadirê Geylanî, Hecî Fetahê Hezroyî, Şêx Mihemedê Hedî, Şêx Evdirehmanê Taxê, Şêx Nureddînê Birîfkî, Şêx Evdirehmanê Axtepî, Mela Unisê Erqetînî e Melayê Erwasê. Mele Xelîlê Sêrtî è l’autore dell’opera intitolata Nehcel Enam. Şêx Evdirehmanê Axtepî è autore di quattro divan, due in Curdo e due in Arabo. Accanto alle due opere in curdo di Şêx Evdirehmanê Axtepî intitolate Kîtabû Keşfîz’zelam e Kîtab-ûl Ebrîz, secondo le idicazioni di Celadet Bedirxan troviamo la grammatica curda di Mele Unisê Erqetinî, mentre Melayê Erwasê scrisse in curdo un libro di medicina. Fra gli scrittori classici curdi ci sono anche coloro che hanno scritto in dialetto Gorani. Ehmedê Textî, Şêx Mistefayê Beseranî (1641-1702), Xanay Qubadî (1700-1759), Feqî Qadirî Hemewend, Mewlana Xalid (1777-1826). Il libro Şîrîn û Xusrew di Xanay Qubadî e il divan di Mewlana Xalid furono stampati all’inizio del 20° secolo a Istanbul dagli illuminati e dagli scrittori dell’epoca. Letterato classico autore dell’opera in rima dal titolo Leyl û Mecnûn è Selîm Silêman (16-17° secolo). Xaris Bêdlîsî (1758), Pertew Begê Hekari ve Alî Teremoxî fra gli altri hanno preso un posto di rispetto fra gli autori che arricchiscono la biblioteca della letteratura curda. Certo fra gli scrittori in lingua curda non si trovano solo uomini. Assieme a Sirre Xanima Amedî (1814-1865) e Mîhrîbana Berwarî (1814-1865), ricordiamo fra le autrici curde le cui opere hanno raggiunto i giorni nostri Mestûre Xanim, scomparsa alla giovane età di 47 anni e conosciuta col nome di Mah Şeref Erdelanî (1800-1847).

Fehim Işık è nato a Diyarbakır nel 1961. Ha studiato Letteratura e Biologia. Nel 1989 inizia la sua professione di giornalista e nello stesso anno viene recluso in carcere per 2 anni a causa di un suo scritto. Assume la direzione generale dell’edizione delle due riviste settimanali in turco e in curdo «Ronahi» e «Hêvi». Membro e poi direttore della KURT-KAV, fondazione di cultura e ricerca curda. Ha scritto numerosi articoli sulla storia e sulla letteratura curda. Ha tradotto sia dal curdo ala turco che viceversa. È fra gli autori del libro di testo di letteratura e lingua curda Ortaöğretim Kürt Dili ve Edebiyatı Ders Kitabının. Risiede e insegna ad Istanbul.

 
 
 
 

Francesco Marilungo, Maggio 2011.

L’articolo originale in italiano: http://www.lankelot.eu/letteratura/işık-fehim-la-letteratura-classica-curda.html

 

Letteratura e Sentimento di Diken Şeyhmus

Non è di altro letterato o di altro scrittore che vi racconterò la storia. Proverò piuttosto a scrivere con intimità di me stesso. Senza impigliarci troppo in espressioni concettuali come “minore” o “maggiore”, senza dilungarci insomma… Sono venuto al mondo ormai quasi cinquantanni addietro, in un quartiere di Diyarbakır antico e storico, almeno quanto è antica e storica la città stessa. Sono venuto a questo strano mondo con tutte le coccole e le benedizioni del caso.

Prima della mia venuta al mondo, anzi prima che finissi nell’utero di mia madre, e anzi persino molto ma molto prima di ciò, il mio popolo, chiamato col nome di “Curdo”, aveva sofferto infinitamente per il fatto di non poter usare la propria lingua nella vita quotidiana, e i prezzi pagati sono tristi realtà.
Ecco in questo stato d’animo, noi della generazione degli anni ’60, (mi riferisco soprattutto a coloro che iniziavano a vivere nei centri delle città e in special modo a Diyarbakır), abbiamo iniziato a vivere usando il turco, sebbene il curdo fosse la nostra lingua madre. Vicino a noi bambini in famiglia il curdo assolutamente non si parlava. Ogni tanto, quando c’era un ospite che non sapesse abbastanza il turco, oppure quando veniva da noi qualcuno della famiglia, i nostri parlavano a voce bassa perché noi non sentissimo, o addirittura si spostavano in un’altra stanza. E questo fatto aveva più di una ragione. Anni dopo, durante alcune ricerche da me fatte sulla storia orale per uno dei miei libri pubblicati dalla İletişim Yayınları, “Diyarbakır Diyarım Yitirmişem Yanarım” (Diyarbakır, terra mia, sono sfinito e brucio), il concetto fu espresso da una frase significativa di mia madre: “Figlio mio, noidicevamo «i nostri figli imparino il turco di Istanbul!»”.
 
Già, per i nostri genitori il curdo era una lingua che più avanti “non sarebbe servita a nullae per di più inutile perché parlata solo dai “Curdi di montagna”. Persino la Repubblica aveva continuamente perseguitato quella lingua di montagna”. Esili, dolori, massacri, o alla meno peggio multe pecuniarie sul capo di ogni parola pronunciata e riscossioni all’istante; ecco dunque che il curdo era una lingua maledetta e parlarla equivaleva a pagare multe e a passare guai. Ai bambini a cosa sarebbe potuta servire? Ecco lì un elegantissimo “Turco di Istanbul” ponto da usare, ecco lo Stato che lo insegna a forza e addirittura ogni giorno nelle scuole fa dire, come fosse una preghiera, Che felice chi dice «Sono turco!»
E poi la lingua dei curdi sovversivi” non era forse già inguaiata di per sé? Persino il soldato Şeyh Saîd Efendi (vedi in nota) col suo “fucile” non era riuscito a sopraffare questo regime turco, vuoi che ci riescano quattro o cinque ragazzini! La cosa migliore era che i bambini imparando il turco avessero iniziato a pensare “turco”…
Confesso: quando durante le vacanze estive andavamo con mio nonno a trovare i suoi parenti nei villaggi vicini a Diyarbakır, non sapevo parlare, mi impappinavo in qualche parola mezza rotta poiché il mio curdo si era molto assottigliato, era indebolito e io venivo preso in giro. Più tardi allora, quando ero studente ad Ankara presso la scuola Civile, mi sono adoperato a imparare la mia lingua madree nella capitale del turco ho scoperto spaccandomi il cervello la mia tardiva consapevolezza del mondo curdo.
Anni dopo, diventato scrittore, pur non essendo legato alla loro lingua, parlavo e scrivevo bene perlomeno quanto “loro”, i turchi, ma dedicandomi alla scrittura in turco, mi si faceva incontro una domanda dai lettori curdi: Dato che sei curdo, perché diamine non scrivi in curdo?”
Cosa e a chi avrei potuto spiegare? C’era forse nella mia mente una risposta alla domanda politica che mi si poneva difronte, una parola che avrebbe potuto rispondere a più di cinquantanni di ricordi, di dilemmi, di fragilità e di tempeste che mi si erano create nell’anima?
Sì, ero Curdo! Sì avevo pubblicato dei libri e per di più con una delle case editrici più rinomate, ero scrittore. Sì, sia in patria che all’estero mi si invitava a molti eventi, parlavo senza alcun tipo di timore… Ma queste cose non avevano il minimo valore!
Non nella mia lingua madre, scrivevo in un’altra lingua. La mia scrittura che senso aveva davanti ai lettori curdi?! Dato che alla fine in turco scrivevo! Per chi avesse voluto leggere in curdo, non era importante cosa, ma in quale lingua avessi scritto. Ecco credo che nel mio stato d’animo attuale ciò che si ripercuote più duramente è proprio questo…
In maniera simile provai questo stesso sentimento quando qualche anno fa il mio libro Sırrını Surlarına Fısıldayan Şehir, Diyarbakır”(Diyarbakır, la città che sussurra segreti alle mura), pubblicato ancora dalla İletişim Yayınları e ristampato sei volte, veniva tradotto e pubblicato in curdo a Diyarbakır, dalla casa editrice Lîs.Io ero un curdo, ma il mio libro era stato scritto e pubblicato in turco. E ora quel libro stesso, come se venisse tradotto da un’altra lingua straniera, veniva tradotto e stampato da parte di un curdo nella mia lingua madre e mi veniva messo tra le mani. I miei occhi si riempirono di lacrime e io di sdegno!
Ora a coloro che hanno sconvolto in questa maniera la politica di questo paese, a questi grandi esperti cosa avrei dovuto dire? “Onoratevi”dell’assurdità che avete creato, oppure vergognatevi del vostro ruolo”, avrei dovuto dire loro? Ma se anche avessi detto queste cose, cosa sarebbe cambiato poi?
Ora in tutta questa stranezza d’animo, da scrittore sofferente quale sono, io mi vedo come uno che scrive in turco ma che non si sente in relazione con la letteratura e la scrittura turca, e tuttavia incapace di scrivere in curdo. Questa situazione è un vero e proprio trauma. Forse le amarezze che lascia la politica a me e a quelli come me, sono questi stati d’animo. Ecco, nella cornice di un breve scritto, per quanto la mia lingua possa bastare, mi sono sforzato di spiegarmi col turco che possiedo.
Se vi piace, voi coi vostri calibri maggiori provate a mettervi al posto di un curdo dalla penna appuntita e provate un po’ a “curdizzarvi”, a essere empatici. E pensate un po’, vediamo, cosa ne verrà fuori. Sono sicuro che la vostra risposta, sarà la mia risposta. Ad ogni modo sono curioso comunque di ciò che direte, aspetterò..
E ora io, da curdo, cosa e in che lingua potrò spiegare di questo mio dramma? A voi sì, a voi domando, letterati Maggiori o Minori..
 
[Questo articolo è apparso nel numero 33 Maggio-Giugno della rivista letteraria Lacivert Dergisinin, in un dossier relativo alle letterature minori”]. Su gentile proposta e concessione dell’autore Ş. Diken, la traduzione è stata a cura di Francesco Marilungo.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Şeyhmus Diken, classe 1954 è uno dei principali scrittori curdi, sebbene, non potendo scrivere in curdo essendo rimasto vittima, come molti altri, dei processi assimilatori, la sua letteratura va inglobata nell’alveo turco. Attivo in numerose associazioni e organizzazioni civili. Il suo argomento pricipale è da sempre la città di Diyarbakır, croce e delizia dell’essere curdo in Turchia e città dal fascino al contempo austero, sofferente e colorato. Il suo libro Sırrını Surlarına Fısıldayan Şehir, Diyarbakır” è stato tradotto in francese col titolo La ville qui murmure en ses murs” dalle Edizioni Turquoise. Diken è il rappresentante del PEN a Diyarbakır, in pratica il rappresentante per la letteratura e gli scrittori curdi.
 
Nota 1: Sullo sceicco sufi rivoluzionario Said si possono consultare Wiki fonti: 1- http://en.wikipedia.org/wiki/Sheikh_Said_Piran2- http://en.wikipedia.org/wiki/Sheikh_Said_Rebellion
 
Francesco Marilungo, aprile 2011
 
 
Per gli articoli di Francesco: http://www.lankelot.eu/autori/francesco83
 

Ecco la recensione del libro  Il castello di Dimdim di Shamilov Ereb

Autore: 
Shamilov Ereb

Chiunque, anche tangenzialmente, si sia accostato allo studio della letteratura curda, avrà dovuto scontrarsi con la scoperta della sua natura soprattutto orale. Popolo di pastori transumanti, di nomadi, di guerriglieri, i curdi nell’arco della loro storia hanno accumulato un patrimonio immenso, e soprattutto difficilmente quantificabile, di storie, narrazioni, canzoni, leggende. Pur non mancando esempi, anche alti, di letteratura scritta a partire dall’XI secolo, si può tranquillamente affermare che l’indole più genuina delle lettere curde sia legata all’oralità. E, com’è facile congetturare, quest’indole dev’essere stata una delle armi fondamentali che ha permesso al patrimonio culturale curdo di salvarsi e di conservarsi, durante il secolo ventesimo, lungo l’avvicendarsi sempre più incalzante di discriminazioni, repressioni, divieti e dinieghi che ha visto questo popolo sempre e solo nella parte della vittima. Un libro lo si può sequestrare, togliere dalla circolazione, bruciare (tutti conosciamo Farehneit 451), ma una storia che si tramanda di bocca in orecchio e da genitore a figlio, è molto più difficile da controllare e da fermare. Si può anche arrivare a proibire in toto l’uso di una lingua, come fece la Turchia dopo il golpe del 1980, ma non sempre si può entrare nei cortili ombrosi o ai rossori dei focolari domestici, dove, fra aromi di thè e cardamomo, queste storie vivono.

È da questo serbatoio orale che viene fuori anche questa epopea, Il Castello di Dimdim. Racconta la lotta integerrima e infine la resa orgogliosa di Khano Lapzerin (“dal braccio d’oro”), re curdo del XVII secolo, dominatore del castello di Dimdim, vicino al lago di Urmia (Iran), nel cuore del Kurdistan geografico. Accerchiato a destra dallo Scià di Persia e a sinistra dal Sultano ottomano che opprimeva e sbaragliava i curdi occidentali, Khano struttura la resistenza del popolo curdo, da sempre diviso in tribù, sette e dialetti. Paradigma “geopolitico” quantomai attuale; basta dare un’occhiata alle cronache estive, le quali ci raccontano le incursioni contro i curdi degli eserciti iraniano e turco. Alle parole Scià e Sultanato, basta sostituire quelle di Repubblica islamica iraniana e Repubblica laica turca; lo scenario è praticamente lo stesso. Al posto del leggendario Khano, occorrerebbe mettere dei guerriglieri (o terroristi, a seconda dei punti di vista) arroccati sulle alture del Kandil, e il gioco sarebbe fatto. Ma torniamo a noi. La storia di Khano, dicevamo, è stata raccontata per circa due secoli e mezzo da numerose generazioni di curdi, che in essa trovavano un mito fondativo e uno specchio di riconoscimento identitario. Finchè Ereb Shamilov (per i curdi Erebe Şemo), curdo di religione yezidi, nato nella città di confine fra impero russo e turco, Kars, non la mise per iscritto nel 1966. In russo. È risaputo come l’Accademia russa nei primi decenni del ventesimo secolo abbia valorizzato e riscoperto i patrimoni narrativi popolari, soprattutto asiatici. Un esempio può essere il lavoro di Pertev Boratav, che mastodonticamente raccolse il folklore turco. Allo stesso tempo, l’Unione Sovietica fu uno dei territori più accoglienti e fruttuosi per i curdi, in seguito alla nascita della Repubblica di Turchia, a stampo monoetnico. Il nostro Shamilov, che col suo “Il Pastore curdo” può essere considerato il primo romanziere curdo moderno, in quel milieu accademico pensò bene di dare supporto scritto alla tradizione orale curda e, dopo la prima versione in russo, ne produsse una in curdo, in alfabeto latino. Nel 1975, l’Accademia curda di Baghdad traslitterò la storia in alfabeto arabo e su quella versione ha lavorato il traduttore Shorsh Surme, curdo iracheno rifugiato in Italia e corrispondente fra i due paesi per diverse testate giornalistiche. Ecco allora che ci troviamo davanti il primo e unico libro sinora tradotto direttamente dal curdo all’italiano. Almeno a quel che mi risulti.
Il castello di Dimdim è un’epopea in piena regola. Vi si raccontano le fasi e le vicende della guerra fra i curdi e gli eserciti nemici, si dà conto della geografia montuosa che ai curdi è intrinseca come ai fenici è intrinseco il mare; si assaggia il sapore dei bazar di quella terra crocevia di mondi lontani, il miscuglio delle etnie, delle religioni, dei comportamenti e delle tradizioni: chi porta merci da Damasco, chi su dall’impervio Caucaso, chi dall’India, da Samarcanda, da Istanbul. E naturalmente, non poteva mancare il filo rosso di una storia d’amore. Il più fiero tra i giovani soldati, Shabab, e la più bella ragazza del villaggio, Dulbar, insidiata da personaggi meschini e viscidi come la guardia Kurshid. È insomma un’epopea bellico-amorosa in piena regola, un racconto in veste orientale scaraventatoci sullo scaffale dalle profondità immutabili di una storia lontana…e attualissima.
 
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
L’edizione italiana è AIEP editore, 1999, Repubblica di San Marino. Traduzione dal curdo (in alfabeto arabo) di Shorsh A. Surme. Pp. 237, 12.91 euro. Il libro fa parte della bella collana “Narrativa dei paesi del sud”. La prima versione in russo e qulla immediatamente succesiva in curdo (alfabeto latino) risale al 1966. La traslitterazione ad opera dell’Accademia curda di Baghdad è del 1975.
Ereb Shamilov (Erebe Şemo, in curdo, 1897-1978), nacque a Kars, nell’attuale nord-est della Turchia, in una zona da sempre contesa fra impero russo e impero ottomano. Fu attivo soprattutto fra Armenia e Russia e infine esiliato da Stalin. È considerato uno dei primi romanzieri curdi, grazie al suo “Il pastore curdo”; dai suoi testi in Italia sono state tratte due opere.
 
Francesco Marilungo, ottobre 2011.
 
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