Il viaggio e’ cominciato! – Quando le parole non bastano…

Posted on March 13, 2012

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11 marzo

Quando le parole non bastano

Frammenti di pensieri a caldo.

Diyarbakır, sede del partito curdo del distretto di Kayapınar.

Ampia stanza ricoperta di tappeti, una colonna al centro, stanza morbida, calda, circolare; o il cerchio, come un abbraccio, è solo un’immagine sfalsata rimasta nella mente.

Visi volutamente energici a nascondere la fatica. Strette di mano vigorose.

12 persone hanno cominciato il 6 marzo a fare lo sciopero della fame. Sono uomini e donne legati all’associazione Diyar Tuhad Der, l’associazione che supporta i prigionieri politici e le loro famiglie. Nelle prigioni lo sciopero è cominciato il 12 febbraio. Deputati del parlamento e alcuni sindaci delle provincie kurde si sono uniti a loro, al popolo rinchiuso, chi per due chi per tre giorni.

L’associazione ha poi deciso di cominciare lo sciopero in maniera continuativa, fino a quando non verranno ascoltati. Oggi è il settimo giorno. Sette giorni senza cibo, solo acqua.

Portano delle casacche bianche con una scritta rossa: “No all’oppressione. Libertà”.

Non ho idea di cosa significhi non mangiare per giorni, li guardo, cerco di capire, di captare gli stati d’animo, i pensieri, la fatica. Vedo determinazione.

Perché una persona decide di iniziare a ‘ferire’ il proprio corpo? Il corpo, l’azione muta diventano voce, urla silenziose.

Le operazioni militari e politiche continuano. Gli arresti alla societa civile e politica curda continuano: deputati, sindaci, giornalisti, avvocati, membri del partito sono nelle carceri turche. Öcalan è in isolamento da circa sette mesi, non può incontrare i familiari ne i suoi avvocati (gran parte dei quali sono agli arresti), non trapelano notizie, il popolo è in subbuglio. Il partito e il popolo chiedono da mesi che l’isolamento del loro leader abbia termine. Un grande poster nella stanza: “La libertà di Öcalan è la libertà del popolo curdo”.

Il presidente del Tuhad Der espone le loro richieste, come se parlasse ad una platea internazionale, quasi che la sua voce potesse raggiungere i rappresentanti degli stati europei, con voce ferma, solenne, dichiara: “Le nostre richieste sono semplici, chiare. Vogliamo che la nostra lingua madre venga insegnata nelle scuole e che venga protetta costituzionalmente; chiediamo la fine delle operazioni e la libertà di vivere liberi la nostra identità curda. Vogliamo si istituisca l’autonomia democratica. Un progetto che legittimi ogni persona a vivere con la propria identità, lingua, storia, cultura.”

Diritti che ogni stato dovrebbe garantire.

Hanno parlato, cercato un dialogo. Non sono stati ascoltati. Basta parlare! Ora lo sciopero della fame è lo strumento per farsi ascoltare. Niente conferenze stampe, dimostrazioni o attacchi e azioni violente contro lo stato ma un atto “contro di sé”.

Forse lo stato sordo può vedere, vedere che i propri cittadini sono giunti al punto di ledere sé stessi per il riconoscimento di diritti basilari, del proprio diritto ad una vita libera.

 14 marzo

E’ la giornata internazionale dei fiumi. Siamo sul Tigri.

Hasankeyf. Durante la conferenza stampa tenuta oggi l’Associazione della natura (Doğa Derneği) ha reso noti i risultati del questionario somministrato agli abitanti di Hasankeyf nel periodo 10-17 febbraio.

Alcuni dati.

Il 67,8 % degli intervistati dichiara di non voler rimanere a vivere nella propria terra e rifiuta di traslocare nel nuovo insediamento che stanno costruendo al di la’ del fiume. İl 21,3 % e’ a favore dello spostamento. Il 10,9% e’ indeciso.

Siamo di nuovo in partenza. Daremo notizie al piu’ presto.

17 marzo

 

Da Mydiat, nella piana che si allunga verso la Siria, andiamo ad Est, attraversando la catena del Cudi Dağ.

 

Siamo in Hakkari, il cuore pulsante del Kurdistan turco. Le persone hanno gli occhi profondissimi, ho paura di caderci dentro, di leggere fatti inascoltabili. Mi prende sempre una grande energia quando arrivo in questa regione; ma anche rabbia, rabbia per l’impossibilita’di cambiare questa situazione. E’ impensabile descrivere con le parole cio’ che il popolo subisce qui ogni giorno.

 

Le madri al mattino quando i figli escono per andare a scuola non sanno se li rivedranno, puo’succedere tutto, una dimostrazione, reazioni da parte dei militari, qualche lancio di lacrimogeni.Tutti dentro: vengono fermati, arrestati. Esci di casa e hai gli occhi puntati addosso, non puoi fare nulla che l’occhio Militare ti osserva, ti studia.

 

Un amico ci racconta di una bomba scoppiata in pieno centro citta’ di fronte ad una scuola privata frequentatissima dai giovani. “Sono uscito dall’ufficio, l’ho scampata per dieci secondi. İl tempo di girare l’angolo, un frastuono, sono rimasto sordo per alcuni secondi, poi mi sono rialzato toccandomi il corpo per capire se ero ancora vivo. Almeno cento persone erano a terra, immobili. Ho recuperato da terra la telecamera che era finita ad una ventina di metri ed ho cominciato a riprendere. Torno indietro. İl ragazzo con cui parlşavo un minuto prima in ufficio e’ steso a terra, il petto aperto, sangue dappertutto. Morto. Si era laureatop alcuni giorni prima, avrebbe cominciato a lavorare come insegnante qui ad Hakkari. E cosa ci hanno detto? E’ stato il PKK. Ma secondo voi puo’ il PKK lanciare una bomba su civili proprio nel cuore del popolo resistente? Ridicolo. Lo stato lascia tutto insoluto, incolpa il PKK e fa cio’ che vuole.”

 

 

 

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