Scrivere Resistere Proteggere – Intervista allo scrittore curdo Edip Polat

Posted on July 12, 2011

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La scrittura come duplice strumento di resistenza e salvaguardia

 

L’atto di scrivere, di fermare sulla carta, nero su bianco, gli eventi, le esperienze, i pensieri, diventa un bisogno soprattutto quando (soprav-)vivi in uno stato che cerca di annullarti. Per Edip Polat la scrittura nasce come strumento di resistenza ad un regime che lo ‘schiaccia’, lo imprigiona, lo imbavaglia. Scrivere per raccontare i fatti, per criticare, urlare, diffondere. In un secondo tempo scrivere si trasforma per lui nel suo modo per salvaguardare, proteggere, arricchire, continuare a dare vita alla lingua e cultura curda.

 

-Come si chiama?

Il mio nome è Edip Polat.

-Quanti anni ha?

Ho 49 anni. Sono del 1962.

-Dov’è nato?

Sono nato qui a Diyarbakır.

-Che lavoro fa? Qual’è stato il suo percorso  accademico e lavorativo?

Nel 1987 mi sono laureato in Biologia alla Dicle Universitesi (Università del Tigri) di Diyarbakır. Sono biologo ed al momento lavoro proprio come biologo alla Municipalità di Diyarbakır nei laboratori della direzione generale del  DISKI (Diyarbakir Su ve Kanalizasyon Idaresi, Centro amministrativo dell’acqua e del sistema fognario di Diyarbakır ndr.). Vivo a Yenişehir (Città Nuova: è uno dei quattro grandi distretti amministrativi in cui è divisa Diyarbakır ed è appunto il nuovo centro vivo della città dove si trovano negozi, ristoranti e caffè ndr.). Sono sposato e ho due bambine: una di cinque e una di quattro anni.

Non lavoro solo come biologo, scrivo anche. Sono uno scrittore curdo. Sono circa ventitre-ventiquattro anni, dal 1987, che scrivo e fino ad oggi ho pubblicato nove volumi; il decimo uscirà a breve.

Scrivo in lingua curda. All’inizio quando ho cominciato scrivevo in turco, poi nel 1992 quando il curdo è diventata lingua legale (lingua legale ma solo in situazioni non ufficiali ndr.) ho finalmente potuto scrivere nella mia lingua. I miei libri sono perlopiù romanzi e storie scritti in curdo. Se si tratta invece di ricerche, analisi o temi specialistici scrivo in turco. Conosco molto bene entrambe le lingue.

-Qui a Diyarbakır la lingua principale è il turco. Lei è nato qui, qual’è la lingua che ha imparato per prima, la sua prima lingua?

La mia lingua madre è il curdo. A dire la verità non sono nato in città ma in un villaggio vicino a Diyarbakır, un villaggio che ora è stato cancellato. E’ successo di tutto in quel luogo: è stato evacuato forzatamente e poi distrutto. Fino ad ora un unico edificio è stato ricostruito e nel villaggio non ci vive più nessuno.

-Come si chiamava il villaggio?

Il suo nome turco è Kumrulu, in curdo invece lo chiamiamo Zengilo. Fa capo al comune di Bismil (cittadina a circa cinquanta kilometri ad est di Diyarbakır in direzione di Batman ndr.).

-E’ quindi a causa dell’evacuazione forzata che si è trasferito a Diyarbakır?

No, mi sono spostato per gli studi. Sono rimasto poco al villaggio, ho frequentato lì solo la scuola primaria, poi mi sono trasferito a Batman per la scuola secondaria (le ‘medie’ italiane ndr.) mentre il liceo e l’università li ho frequentati qui a Diyarbakır.

-Ritornando alla lingua. Il turco lo ha imparato alla scuola primaria?

Si. In tutte le famiglie si parla il curdo, fino all’età di sei anni i bambini ascoltano e si esprimono solo in curdo, coloro che vivono in città imparano anche il turco ma nei villaggi l’unica lingua di comunicazione era ed è il curdo. I bambini cominciano ad imparare il turco alla scuola primaria e poi proseguono ad utilizzarla come lingua principale per tutto l’arco degli studi, ma il curdo, la lingua madre, permane.

La lingua curda si è sviluppata, si va formando un ‘curdo accademico’ e chiaramente non bastano le nozioni della ‘lingua madre’, con questo intendo la lingua imparata nei primi anni di vita e utilizzata solo nelle case, per prendere parte a questo progresso di ‘sviluppo linguistico’, per capirne l’importanza ed esserne motore, attore partecipante. Non è sufficiente il solo curdo parlato a casa, in famiglia per sviluppare una lingua.

-Vero, la maggior parte dei giovani che parlano curdo non sanno né leggerlo né scriverlo. Lei come ha raggiunto questa padronanza della lingua? Dove ha imparato a scrivere in curdo?

Ho imparato a leggere e scrivere in curdo quando ero ancora giovane. Prima del colpo di stato del 1980 facevo parte di un’organizzazione giovanile, stampavamo un giornale nostro, in curdo (non ha voluto esplicitare il nome dell’organizzazione: “Il nome non è importante, ora non esiste più”). All’ora il curdo era lingua vietata e ci trovavamo all’organizzazione per studiare e scrivere in curdo segretamente. In quegli anni cominciavano ad essere stampati romanzi in lingua curda in Europa e in altri stati, alcune associazioni a Parigi stampavano diverse cose: riviste, giornali, e noi segretamente leggevamo questi materiali provenienti dall’estero. Noi, giovani di allora, volevamo imparare il curdo, abbiamo agito da soli, in maniera indipendente per impararlo ad un buon livello. In quegli anni si trovavano i libri di Musa Anter, Hamit Bozarslan, etc… Prima dell’80 venivano stampate anche parecchie riviste: per esempio leggevo Tirej (vietata dopo il colpo di stato) che trattava di letteratura; Denge Kurdistan (Voce del Kurdistan), che però non era troppo legale, diciamo che era illegale; e Roja Welat. Queste erano le nostre letture. Siamo migliorati da soli, con le nostre forze. Poi è arrivato il 12 settembre (data del colpo di stato militare del 1980 ndr.) e tutti i membri dell’organizzazione, me compreso, sono stati arrestati, imprigionati e torturati.

-Perchè? Di che cosa era accusato?

Beh, non riesco a trovare nessuna colpa, non ho mai ucciso nessuno, nè fatto nulla a discapito di altri. Siamo stati imprigionati per le nostre idee. Tutte le organizzazioni attive prima del colpo di stato sono state chiuse e i loro membri messi in prigione. Anche noi siamo stati arrestati, ci hanno ‘multati’ come organizzazione: hanno fatto apparire la nostra organizzazione giovanile come un ramo di un’altra organizzazione giudicata illegale e aggrappandosi a questa motivazione ci hanno imprigionati. La mia condanna è stata di sei anni e otto mesi. Sono stato nella prigione di Diyarbakır; era un periodo difficile, il periodo delle torture per cui è famosa la prigione, io vi ho soggiornato proprio allora, dal 1982 al 1985, ho scontato tre anni dei sette che avrei dovuto. Poi sono tornato a scuola continuando gli studi da dove li avevo interrotti e nel 1988 ho pubblicato il mio primo libro “Diyarbakır Gerçeği” (La verità a Diyarbakır). Il libro scritto in turco, poichè in quegli anni il curdo era ancora lingua vietata, racconta delle torture che avvenivano a Diyarbakır in quel periodo, della vita in prigione, della mia esperienza lì dentro.

-Credo non sia stato facile riuscire a far stampare un libro che tratta questo tema.

Infatti. L’ho fatto stampare ad Ankara sostenendo io tutte le spese. Appena uscito il libro è stato vietato, ed io arrestato nuovamente. “Tu cose del genere non le deve scrivere” mi è stato detto in caserma. Ho ricevuto altri tre anni di reclusione e sono rientrato in prigione a Diyarbakır.

Il secondo libro che ho pubblicato (“Newrozladık Şafakları”, Festeggiando le Albe) tratta sempre dell’esperienza di prigionia ma raccontata dalle donne, le voci delle donne della prigione di Diyarbakır, le torture che hanno conosciuto, i bambini che non hanno potuto crescere. Ho voluto completare il lavoro del primo libro che senza le voci femminili sarebbe incompleto. Per questo libro ho ricevuto altri due anni di reclusione. A proposito di quegli anni è bene cominciare dall’inizio. Siamo nel 1991-92, il periodo delle esecuzioni extra-giudiziali, (utilizza il termine fail meçhul cinayetleri che significa omicidi perpetrati da autore sconosciuto/non identificato/ignoto; in realtà i mandanti e gli autori erano noti eccome: provenivano dal cosiddetto ‘stato profondo’, uno ‘stato nello stato’ vedi sotto ndr.), immagino l’abbia sentito nominare anche Lei il cimitero di ‘quelli uccisi da nessuno’. Il mio secondo libro esce esattamente in questo periodo. Come ho già detto immediatamente lo vietano e iniziano a cercarmi. Io scappo. Perchè sono fuggito? C’era lo JITEM (Jandarma İstihbarat ve Terörle Mücadele, Servizi segreti della Gendarmeria e Lotta contro il terrorismo, organizzazione ‘segreta’ all’interno della Gendarmeria [branca delle Forze Armate turche responsabile di mantenere l’ordine pubblico in aree fuori dalla giurisdizione della polizia; la sicurezza interna e il controllo ai confini statali] guidata da una coalizione di forze anti-democratiche dell’establishment turco, individui con cariche importanti nei servizi segreti, forze armate, magistratura, etc… [lo stato profondo], con lo scopo di perseguire presunti interessi nazionali. Lo Jitem era attivo nel conflitto tra lo stato turco ed il PKK ndr.). Non ho mai detto a nessuno ciò che sto per raccontare a Lei ma visto che ora i tempi sono migliorati ho voglia di parlarne. Ho superato con grandi difficoltà questo periodo. Volevano arrestarmi a tutti i costi, ufficialmente però non vi riuscivano, i tempi andavano per le lunghe, così sono fuggito. Mi sono rifugiato a casa di amici. Nel frattempo le esecuzioni extra-giudiziali continuavano in maniera massiccia: Halit Güngen, corrispondente per la rivista “2000’e Doğru” (Verso il 2000) è stato ucciso qui a Diyarbakır; nello stesso periodo misero una bomba nella macchina di Mustafa Özer, il presidente dell’associazione avvocati di Diyarbakır (Baro); due mesi prima di quesi eventi anche l’allora presidente dell’Associazione per Diritti Umani di Diyarbakır (IHD), Vedat Aydın (anche segretario della sezione di Diyarbakır del partito curdo HEP ndr), fu prelevato da casa sua e ucciso. Lo JITEM era un’organizzazione a tutti gli effetti. Ora sta uscendo tutto allo scoperto. Utilizzavano una Renault bianca per andare a prendere le loro vittime, chi saliva su quella macchina non tornava più, lo ammazzavano. Un giorno quella Renault bianca è venuta fino alla porta di casa mia, l’ho vista con i miei occhi. Ho deciso di partire e sono scappato ad Ankara dove ho vissuto un breve periodo e nel luglio 1993 ho cominciato a preparare i documenti per andare in Svizzera. Ero membro dell’organizzazione internazionale per i diritti umani Amnesty International che mi aiutò ad avere documento d’identità e passaporto falsi. Volevo scappare all’estero perchè non potevo vivere tranquillo, avevo sempre la polizia che mi seguiva. Non volevano darmi il passaporto quindi sono stato costretto a procuramene uno falso. Ho fatto domanda per il visto all’ambasciata svizzera che me l’ha concesso in tempi brevi. Stavo per farcela ma all’aeroporto mi hanno catturato. Sì proprio come nei film. La polizia aveva recepito informazioni dal MIT (Milli Istihbarat Teşkilati, i servizi segreti turchi ndr.); mi hanno preso e messo di nuovo in prigione. Come avevo menzionato all’inizio per il libro mi erano stati dati due anni, a questi hanno aggiunto una seconda ‘punizione’. Nel periodo di prigionia ho scritto un documento di critica nei confronti delle politiche statali, una sorta di articolo per cui mi sono preso altri dieci mesi. Sono uscito di prigione e poi rientrato nel 1998.

Anche il mio terzo libro è stato vietato. Questa volta però non parlavo di politica, il tema del libro era legato alla mia professione di biologo, era una ricerca sulla flora e fauna locali. Per definire l’area e i suoi abitanti ho utilizzato le parole curdo e Kurdistan questo è stato il pretesto per proibirlo. Il processo andava per le lunghe, continuamente rinviato, e in quell’occasione non sono tornato in prigione, ero in attesa di giudizio.

-Grazie alle politiche ‘più liberali’ di Turgut Özal nei confronti dei Curdi (1991), come per esempio permettere l’uso della lingua curda in situazioni non-ufficiali, non ha reso la situazione più favorevole alla discussione della Questione Curda?

Posso parlare della mia vita privata, della mia esperienza in particolare. Scrivevo in turco, i libri che ho menzionato fino ad ora sono scritti in lingua turca, dal 1992 quando Özal ha tolto il divieto di esprimersi in curdo ho cominciato a scrivere in lingua curda. E’ iniziato un nuovo periodo della mia scrittura, sono passato a scrivere romanzi e racconti. Il mio primo racconto in curdo (Şorbe û Fedî, Xela û Xayidi) è stato pubblicato nel 2006, tratta di un eroe storico, mentre la pubblicazione del primo romanzo (Ristemê Zal) è arrivata nel 2007; e proprio ora è uscito il mio nuovo romanzo “Dûvpişk bî xwe Venade” che significa ‘Lo scorpione che si punge da solo’.

-Le case editrici con cui pubblica sono di Diyarbakır?

No, sono tutte case editrici di Istanbul ma interessate anche alle pubblicazioni in curdo.

Ho fatto anche attività di traduzione. Conosco abbastanza bene l’inglese, ho tradotto quindi qualche romanzo dall’inglese al turco, e poi anche dal curdo al turco e dal turco al curdo.

-I suoi romanzi sono reperibili in entrambe le lingue: curdo e turco?

No, alcuni sono in turco ed alcuni in curdo a seconda della lingua che ho usufruito per scriverli[1].

-Riprendiamo il discorso… Lei dopo le riforme promosse da Özal ha recepito un cambiamento? Poteva esprimersi e scrivere più liberamente?

Le riforme promosse da Özal per quanto riguarda la lingua curda sono state importanti. Egli ha eliminato il divieto di parlare curdo: si poteva ora parlare curdo nelle strade, in famiglia, il curdo in quel periodo ha cominciato ha svilupparsi, crescere. Ma fino al 2002 era in vigore l’OHAL, lo stato di emergenza (OHAL, Regione in Stato di Emergenza istituita nel 1987 nelle province di Bingöl, Diyarbakır, Elaziğ, Hakkari, Mardin, Siirt, Tunceli e Van; sucessivamente vengono incluse anche Adıyaman, Bitlis, Batman e Şırnak [in tutto 14 province, tutte con popolazione a maggioranza curda]. Questa regione era soggetta a ‘speciali’ decreti governativi e non soggetta a protezione costituzionale, che sostanzialmente significava potere totale del governo nell’area. L’OHAL era governata da un ‘supergoverno’ composto di sei uomini nominati dal Presidente della Repubblica; questa istituzione aveva ‘poteri speciali’ tra cui la sospensione di diritti civili e libertà fondamentali ed il potere di ordinare l’evacuazione e re-insediamento dei villaggi ndr.). Qui non abbiamo mai vissuto in condizioni di governo normali. Il conflitto tra il PKK e l’esercito turco continuava, le azioni della guerriglia e le operazioni militari non erano finite, la Questione Curda influiva fortemente sulle nostre vite, sì c’erano le riforme… ma riforme limitate quanto potevano essere sufficienti? Non erano sufficienti, e non lo sono tutt’ora.

-Negli anni ’90 la popolazione si trovava quindi tra due fuochi: da una parte la guerriglia del PKK dall’altra lo stato turco.

No, non è così. Il PKK sosteneva la lotta del popolo curdo, e noi siamo curdi. Esso era il perno del movimento curdo e molti dei nostri ragazzi sono entrati nelle sue file. Non c’è mai stato nessun problema con il PKK, non vi era alcuna ragione.

-Alcune persone con cui ho parlato però hanno detto di aver subito pressioni da entrambe le parti: “O sei con noi o contro di noi”.  

Può anche darsi ma la mia esperienza personale mi porta a dire il contrario. Io non ho mai subito pressioni dal PKK, piuttosto il contrario. Le racconto questo fatto. Per il libro “Newrozladık Şafakları” (quello che tratta dell’esperienza femminile nelle prigioni ndr.) sono stato accusato di fare propaganda per il PKK, ma ciò non è assolutamente vero. I tribunali turchi mi hanno inflitto due pene. Sono stato in prigione due anni. Mi sono quindi appellato alla Corte Europea dei Diritti Umani che mi ha trovato innocente e ha annullato la pena. Sono rimasto in prigione due anni senza aver commesso nessuna colpa! Questa si chiama ingiustizia. No, non potevamo ancora esprimerci liberamente.

-E con la fine dello Stato di Emergenza (OHAL) nel 2002 e la salita al potere di un partito ‘diverso’ come l’AKP sono avvenuti cambiamenti, aperture?

Sì, l’AKP ha cominciato ad implementare una serie di riforme che sono sicuramente le più significative sino ad oggi. Per esempio ha aperto il canale statale curdo TRT 6 (l’AKP,  Partito di Giustizia e Sviluppo, ha istituito il primo canale televisivo di stato in lingua curda che ha cominciato a trasmettere nel gennaio 2009 ndr.). Trasmette per la prima volta 24 ore su 24 in lingua curda e questo è sicuramente uno sviluppo positivo, un passo importante, e tutti i curdi credo siano d’accordo su questo punto, anche se lo criticano e lo rinnegano dentro di loro ne ammettono l’importanza (la stragrande maggioranza dei curdi con cui ho parlato non reputa TRT 6 un canale curdo vero e proprio ma una ‘finestra’ di propaganda governativa e uno dei nuovi strumenti di assimilazione: “L’obiettivo è di creare ‘curdi di stato’” ndr). Ma l’apertura di TRT 6 è avvenuta troppo tardi e non per vera volontà statale. Perchè il governo ha istituito TRT 6? Semplice, perchè è iniziata la trasmissione di moltissimi canali satellitari curdi ed indipendenti come la Roj Tv, lo stato non poteva fermare la diffusione di notizie o impedire le trasmissioni quindi ha aperto un suo canale. Lo stato ha voluto istituirne uno proprio per diffondere la propria voce e le proprie opinioni. Non mi piacciono molto i programmi che trasmette, in nessuno dei suoi programmi per esempio ho mai sentito pronunciare la parola curdo. Mandano in onda programmi culturali, una volta hanno invitato anche me ma non ho accettato. Perchè ho rifiutato? Perchè nei tribunali definiscono ancora il curdo come una ‘lingua che non si può capire’, una lingua ‘sconosciuta’ (anlaşamıyan, bilinmeyen dili) ma il canale curdo statale in questo stesso stato trasmette in curdo, la ‘lingua sconosciuta’ (è paradossale che in alcune istituzioni statali la legge impedisca l’utilizzo del curdo, anzi rinneghi il curdo come lingua vera, viva, parlata, e lo stesso stato abbia un canale televisivo nel quale utilizza quella stessa lingua.! ndr). Non accettano la lingua curda come la lingua di un popolo ma la percepiscono come un dialetto parlato per le strade e nelle case.

Voglio darle un esempio storico: negli anni ’60 su Radio Bagdad tramettevano Pişka Kurdî (significa Area Curda ed era un programma in curdo che come si intuisce trattava tematiche legate alla cultura, politica, etc… curda ndr.), io l’ascoltavo negli anni ’70; anche a Teheran in Iran vi era una stazione radio con una parte in lingua curda e veniva chiamata proprio ‘Sezione in lingua curda’; ma su TRT 6 non menzionano neppure la parola curdo, non accettano che venga utilizzata, essere curdo viene recepito come qualcosa di negativo, di cui bisogna tacere, come se dovessimo vergognarci di essere curdi. Sì l’apertura di TRT 6 rimane uno sviluppo positivo ma con grandi limiti. E’ la mentalità dello stato che bisogna cambiare. C’è un altro esempio che posso darle per dimostrare la non sincerità di TRT 6: i curdi hanno tre colori sacri: verde, rosso e giallo, i colori della bandiera curda. Su TRT 6 non li vedrai mai. Sono i colori che rappresentano il popolo curdo ma loro non lo accettano. Che trovino almeno uno slogan, un nome per il canale, per esempio TRT 6 Rengi Kurdi (Colore curdo) TRT 6 Dengê Zimanê Kurdî (La voce della lingua curda), dicono di aver aperto un canale curdo ma ‘un’immagine curda’ non vogliono darla. Inoltre TRT 6 è influenzata moltissimo dalla tradizione religiosa e delle Medrese (scuole religiose ndr.). Vengono trasmessi molti programmi religiosi o correlati con la sfera religiosa e nei programmi culturali il canale non concede molto spazio agli scrittori curdi contemporanei ma a quegli scrittori curdi classici con un background religioso come Ehmedê Xanî (uno dei pilastri della letteratura curda. La sua opera più importante è ‘Mem û Zîn’ [Mem e Zin] considerata l’epopea della letteratura curda ndr.), Faqîyê Teyran, etc…. Sono programmi comunque positivi poichè trattano di letteratura e cultura ma a mio parere con grosse mancanze, manchevoli.

Un altro passo positivo è l’apertura all’Artuklu University di Mardin dell’ Istituto delle Lingue Viventi (Yaşayan Diller Enstitüsü) nel quale vengono insegnate tre lingue: curdo, siriaco (in turco è chiamato suryani; è una forma di aramaico, ‘il dialetto aramaico’ di Edessa [l’attuale Urfa], lingua che viene parlata in alcune zone di quest’area come Mardin e Midyat ndr.) e arabo. Ci sono andato di persona e per quanto riguarda l’insegnamento dell’arabo e del suryani non vi sono né insegnanti né studenti, mentre il ‘dipartimento’ di curdo ha aperto a ottobre 2010 accogliendo 30 studenti. Non possiamo chiamarli proprio studenti: sono laureati di altre università che vogliono specializzarsi in studi curdi (non è un vero e proprio dipartimento di curdologia, per ora vi è un unico corso: un specie di master in studi curdi della durata di due anni. Le lezioni sono tenute ogni due settimane il sabato e per ora le materie sono: letteraura curda classica, letteratura curda contemporanea, storia, lingua curda –vengono insegnati  e comparati i dialetti kurmanci, zazaki e sorani- ndr.). E’ un passo importante perchè gli studenti di questo corso diventeranno più avanti gli insegnanti di lingua e letteratura curda qualora il curdo entri come materia opzionale. Qualche mese fa anche all’Università di Muş (città capoluogo della provincia omonima locata a nord-est di Diyarbakır ndr.) è stato dato il permesso di aprire un vero e proprio dipartimento di Lingua e letteratura curda; chiaramente non è stato ancora aperto ma il permesso è stato concesso e entro il 2014 (nell’arco di tre anni) dovrebbe iniziare ad entrare in funzione. E’ un passo importante ma rimangono comunque grosse contraddizioni. A Mardin dove il personale accademico c’è, gli studenti ci sono, gli edifici anche, è quindi tutto predisposto (a differenza di Muş dove invece è tutto in preparazione ndr.), rifiutano di aprire un dipartimento di curdologia, fondano invece l’ ‘Istituto delle Lingue viventi’ che comprende anche studi curdi… Questo dimostrà la non serietà delle politiche promosse dal governo: a coloro che possono fornire ora un’educazione in curdo viene concesso un permesso a metà -anche a Mardin avevano fatto domanda per l’apertura di un dipartimento specifico di curdologia ma non gli è stato concesso- (è una questione di denominazione non tanto di contenuti data la presenza di un corso specialistico in studi curdi anche se sotto l’etichetta ‘lingue viventi’; questo ‘conflitto di denominazione’ evidenzia però la reticenza/il timore dello stato anche solo nel pronunciare i termini lingua curda, curdologia, studi curdi,  ndr.).

-Secondo Lei l’AKP apporterà dei cambiamenti per quanto riguarda il curdo nell’educazione?

Non mi piace la politica e non faccio politica ma per quanto riguarda il tema dell’educazione l’AKP ‘ha rotto’ con alcune cose, ha aperto la strada. Credo fermamente che dopo le elezioni ci saranno dei cambiamenti. Anche da parte nostra, da parte del popolo curdo, degli intellettuali e scrittori curdi deve esserci apertura. Non è rimasta fiducia nel governo, e non posso dare torto a chi non crede più visti i passi avanti e subito dopo i cambi di marcia, retrocessioni del governo. “Non è mai sicuro ciò che possa fare il governo”. Fino ad ora non c’è stata vera volontà, non è stato progettato un piano di lavoro coordinato per tratttare la questione dell’educazione primaria e superiore di curdo. Se così fosse stato ad entrambe le università di Mardin e Muş avrebbero concesso il permesso di aprire il dipartimento di Lingua e Letteratura Curda. Anzichè trattarsi di un progetto di apertura generale, queste sono concessioni speciali e limitate che denotano la non volontà del governo di cambiare le cose per davvero. Dimostra che c’è paura, il governo non è rilassato nel prendere le proprie decisioni, altrimenti potrebbero aprire dipartimenti di studi curdi anche ad Ankara ed Istanbul… Guarda ora al processo KCK che sta avendo luogo qui a Diyarbakır, agli imputati non è permessa la difesa nella loro lingua madre, l’hanno definita una lingua ‘sconosciuta’ (bilinmeyen dili); ci sono scrittori, giornalisti, politici che sono in prigione per aver parlato o scritto in curdo, il solo giornale il lingua curda Azadiya Welat è costantemente sotto pressione per ciò che pubblica.

Bisogna ammettere però che ora nell’anno 2011 ci sono condizioni diverse rispetto a qualche anno fa, ci sono stati grandi miglioramenti; se questo processo positivo continuerà non lo so… Bisogna sedare/alleggerire la rabbia. Se il governo risponderà positivamente alle richieste curde quali l’inserimento della lingua madre nel sistema educativo e garantirà i diritti civili e politici di una democrazia credo proprio che riusciremo ad uscire dalla violenza che ancora perdura qui nell’area.

 

20 febbraio 2011, Diyarbakır

Intervista a Edip Polat

realizzata da Carlotta Grisi


[1] L’elenco dei romanzi scritti da Edip Polat e rispettiva lingua originale. Libri che trattano temi politici, autobiografici, testimonianze vissute: 1. “Diyarbakır Gerçeği” (turco); 2. “Newrozladık Şafakları” (turco); 3. “Bilim Dilinde Kürtler” (turco); 4. “Devletsiz ülkeden İzdüşümler” (turco); romanzi e racconti: 5. “Zinaci” (turco); 6. “Sevgisiz sevgili ölüm” (turco); 7. “Ristemê Zal” (curdo); 8. “Şorbe û Fedî, Xela û Xayidi” (curdo); 9. “Dûvpişk bî xwe Venade” (curdo). Racconto non ancora pubblicato: “Hest û Heves” (curdo).

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