Carovana Mesopotamica 2

Posted on April 28, 2011

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 Camminando attraverso la Mesopotamia

  Percorso della Carovana: Hasankeyf-Batman-Bismil-Diyarbakır-Ergani-Elazığ-Pertek-Hozat…

 Giorno 1    Hasankeyf-Şikefta                                            10 aprile

 Il cancello di ferro che impedisce l’entrata al sito archeologico. In alto, come appena scaturita dalla roccia si staglia la facciata di pietra color della sabbia del castello (Küçük Saray), come una polena sulla prua della nave Hasankeyf. Il suono degli erbane (grandi tamburelli) sovrasta il vocìo della folla impaziente. Vengono srotolati gli striscioni. “Hasankeyf vermeyeceğiz, Mesopotamya’yı vermeyeceğiz! – Non vi daremo Hasankeyf, non vi daremo la Mesopotamia!” Comincia la marcia attraverso l’Anatolia.

Sono passata molte volte in autobus per la strada che da Batman porta ad Hasankeyf e quando si lascia la pianura, si scende attraverso la valle di roccia e la strada comincia a scorrere come un secondo fiume parallela al Tigri gli occhi gioiscono, un’energia quieta si diffonde, le membra si rilassano. Ri-unione con la natura. Camminarci su quella stessa strada però è diverso. Non è sfrecciare via veloci. Camminando si ha il tempo per raccogliere i particolari, per osservarlo e conoscerlo davvero il Tigri: le sue anse, le sue curve; le rive di sabbia, roccia, erba; il colore delle acque che cambia a seconda dell’inclinazione del sole e dei raggi riflessi sulle pareti di roccia  aranciate al tramonto, un gioco di riflessi tra sole acqua e terra che modifica il paesaggio; si percepisce la potenza dello scorrere, le correnti, i vortici violenti, il fluire lento in certi punti; si sente la voce del fiume,  morbida, a volte grossa, a volte acuta, continua.

Siamo una cinquantina. Camminiamo, urliamo perchè non ci privino di Hasankeyf e della Mesopotamia, respiriamo il fiume e l’ecosistema che vi vive attorno. E cominciamo a farne parte. Solo 12 chilometri oggi, arriviamo a Şuçeken (Şikefta in curdo). Ci aspettano. Veniamo accolti in una grande casa rosa con un giardino di melograni, fichi, more e qualche ulivo che tocca le sponde del fiume. Dalla terrazza sembra di toccare l’acqua. Penso: “E’ tutta un’altra vita svegliarsi al mattino con la voce del Tigri.” Sakina, donna dalle mani forti, segnate, lo sguardo severo o forse solo triste, mi prende le mani, mi guarda dritto negli occhi, poi guarda il suo Tigri: “Sono nata qui e morirò qui. Se arriverà l’acqua a coprirci non me ne andrò, staro qui ferma. Tutto ciò che ho, che sono, è qui in questo villaggio. Lotteremo fino alla fine per fermarli”.

Sul fuoco ci sono pentoloni di riso e di fagioli. Che gli ospiti siano due o cinquanta poco importa, ci sfamano tutti. Alcuni amici hanno portato il narghilè e un profumo dolciastro di mela si diffonde.

Ci dividiamo per la notte tra le case del paese.

 Giorno 2    Şikefta – Batman                                              11 aprile

 Nella notte è piovuto. L’aria è frizzante, pulita, colori limpidi. La carovana si è ristretta, siamo circa 25 camminatori oggi. I paesani ci accompagnano alle porte del paese, le donne anziane battono le mani e lanciano l’urlo di gioia prodotto con la lingua (zılgıt).

La strada procede in salita, stiamo uscendo dall’area che verrà sommersa dall’acqua del lago artificiale. Ci fermiamo in visita ad un villaggio lungo la strada, chiediamo dell’acqua in una casa. L’uomo rimane sullo stipite della porta: “Perchè vi lamentate della diga? Guardate ai vantaggi che ha portato ad Urfa (si riferisce alla diga di Atatürk costruita lungo l’Eufrate; è entrata in funzione nel 1992 ed ha creato un lago artificiale di 817 kmquadrati, il più esteso della Turchia ndr.), ora è una delle provincie più ricche di tutto il sud-est. La diga porterà soldi e lavoro alla gente del posto.” Ribattiamo: “Quali vantaggi? Ce ne può spiegare almeno uno? Le perdite saranno di molto maggiori, non pensa al sito storico-archeologico che verrà distrutto, alla popolazione che sarà costretta ad evacuare perdendo la casa, gli orti, i campi, all’equilibrio dell’ecosistema della valle che verrà irrimediabilmente rovinato?” Non ci ascolta nemmeno: “Non tentate di convincermi. Le vostre parole mi entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Non perdete tempo.”

Distese di campi verdi del grano che sta crescendo si aprono davanti. Ad antropizzare il paesaggio le pompe di estrazione del petrolio, su e giù, su e giù, come braccia che affondano nella terra senza sosta. Comincia una pioggia leggera che accarezza il viso. Poi sempre più forte, più forte. Non sembra smettere. Chi ne è provvisto sfodera lo ‘spolverino’. Continuiamo a camminare. Ho mani ghiacciate che stringono lo striscione bianco con lettere di stoffe di tutti i colori e materiali, un patchwork che dice: Non vi daremo la Mesopotamia. Aderisce ai corpi come una corazza, lo teniamo come uno scudo a ripararci dal vento forte; l’acqua continua a scendere e gli striscioni impregnati d’acqua diventano pesanti tappeti. C’è un momento di silenzio, mi ritiro in mè stessa per trovare la forza di sconfiggere il freddo e continuare a camminare nella strada-fiume con le mie scarpe-lago. Alzo lo sguardo e incontro occhi sorridenti e mani ghiacciate come le mie a tenere alta la Mesopotamia.Troviamo energia l’uno nell’altro, nessuno sale sull’ambulanza che silenziosa ci segue, nessuno vuole mollare, abbiamo deciso di camminare per uno scopo e insieme arriveremo. La pioggia diventa solo il rumore delle goccie sull’asfalto che danno il ritmo ai nostri passi. Urliamo per continuare a camminare, camminiamo per continuare a urlare che non la vogliamo questa diga, non vogliamo vedere le nostre pianure, le valli, le foreste, le nostre montagne rovinate dalla costruzione di più di 2.000 centrali idroelettriche, non vogliamo che foreste, laghi, fiumi, che la nostra acqua si possa vendere e comperare, cammino perchè un giorno seduta in riva al fiume non vorrò sentirmi dire “Spostati, allontanati dal MIO fiume, questo è PROPRIETà PRIVATA.”

Batman. Attraversiamo il centro, la gente esce dai negozi, si ferma nella strada per capire chi siamo e cosa vogliamo. Nel Kurdistan turco è normale vedere dimostrazioni in strada, è cosa da tutti i giorni, non è normale però vedere gente che cammina, “Cammineremo per 40 giorni, andiamo ad Ankara,” nessuno ci crede.

Veniamo accolti nella ‘Tenda per la soluzione Democratica’ costruita vicino alla Municipalità, ci sono il sindaco e alcuni parlamentari, i rappresentanti del BDP (partito curdo della Pace e della Democrazia) e donne, uomini e ragazzi. Abbiamo mostrato il documentario ‘Anadolu’nun Isyanı’ (Rivolta anatolica) che racconta ma soprattutto mostra immagini terribili dei lavori per la costruzione di dighe e centrali idroelettriche in Turchia ( http://vimeo.com/19937849 ).

E’ stata una serata emozionante, la prima in cui abbiamo condiviso con i nostri ospiti punti di vista, informazioni, pensieri,  sentimenti provati nella marcia, ci si è messi in gioco cercando di descrivere cosa rappresenta per noi Hasankeyf, il Tigri, la natura, questa marcia. Giorno intenso.

Giorno 6      Bağıvar                                                                              15 aprile

 La marcia è al suo sesto giorno. La carovana ha raggiunto Bismil in due giorni,  ha abbandonato la strada principale prendendo strade secondarie e sentieri, oltrepassando colline e campi coltivati seguendo il corso del Tigri. I camminatori sono stati ospiti nei villaggi, hanno mangiato, dormito, e discusso di natura, acqua e dighe con le famiglie e gli abitanti dei paesi, e alcuni di loro si sono uniti alla marcia per qualche giorno.

Con Bawer, ragazzo norvegese che fa il cameramen, prendiamo il pulmino da Batman per riunirci alla carovana a Bağıvar, un villaggio nei pressi di Diyarbakır. In pulmino si apre la discussione sulla Marcia Mesopotamica, qualcuno non ne ha mai sentito parlare altri hanno seguito sui giornali gli sviluppi di questi giorni. Sono per lo più giovani di venti-ventidue anni, con curiosità ci chiedono il perchè di questa marcia, perchè camminiamo, se camminiamo davvero. Non ne vedono l’utilità: “Difficilmente potete cambiare la cose, perchè vi affaticate tanto, ormai la diga è in costruzione, Hasankeyf verrà sommersa”. Hasankeyf verrà sommersa… Mi rimbomba questa frase nella testa. Sale una rabbia da dentro e una voglia di scuotere questi ragazzi; sono in tanti non solo giovani che rimangono indifferenti, passivi, inermi davanti alle decisioni e azioni delle istituzioni statali, che accettano lo scorrere degli eventi senza interesse o pensando di non avere il potere di intervenire. “Dobbiamo lottare per ciò in cui crediamo, per ciò che riteniamo importante, dobbiamo essere attori partecipanti nella creazione della società in cui viviamo e agire per modificare ciò che riteniamo ingiusto, sbagliato” dico. Qualcuno fa segni di assenso, altri rimangono in silenzio, spero ci riflettano, spero nelle loro menti si sia infilato il dubbio che qualcosa possa cambiare.

La carovana è arrivata da poco a Bağıvar, paesello di qualche centinaio di abitanti sulla riva destra del Tigri. Siedono in una sala da tè, hanno facce stanche ma a me sembrano bellissimi. Dopo sei giorni di cammino hanno sul viso i segni del sole e del vento, la pelle ha cambiato colore, sembra più forte, robusta, negli occhi i verdi dell’erba e i colori del Tigri, i capelli legati o arruffati, indifferenti ai vestiti che indossano; uniti. Veniamo accolti da abbracci caldi.

Sembra ci siano problemi per trovare un luogo dove dormire, invece no, un ragazzo si alza: “Andiamo. Si va tutti a casa mia”. Subito dietro alla sala da tè ci invita a salire le scale, apre la porta del ‘Castello dei Poveri’ come lo definisce lui. Si chiama Sedat. La casa è affollata di ragazzi e bambini. Siamo rimasti in dieci, sediamo nella sala e sul balcone proprio come se fosse casa: chi chiacchierando fuma sigarette, chi si rilassa sui divani, chi non ce la fa più e va a letto. Condividiamo la cena, i ragazzi ci mostrano le fotografie dei luoghi in cui sono passati, si parla di lotte, di politica, di identità curda, di donne. L’aria è calda, c’è un’atmosfera estiva.

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Posted in: Hasankeyf