DIARIO del Viaggio di Turismo responsabile 15-23 marzo 2011

Posted on April 15, 2011

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 Martedi 15 marzo – Van

Montagne attorno al lago di Van

 Ore 12 arrivo del gruppo all’aeroporto di Van (in curdo Wan), città situata sulle sponde del lago omonimo: il lago di Van, una delle più vaste distese d’acqua di tutto il Medio Oriente.

La nostra prima meta è la Van Belediyesi Kilim atolyesi Sosyal Meskenler, cooperativa che si occupa della produzione di kilim (tappeti) e ceramiche fatte a mano da parte di giovani ragazze. Ci accoglie il fondatore e coordinatore della cooperativa stessa, Enver Özkahraman, mentre le ragazze ci spiano curiose dalle finestre. Enver ci invita immediatamente per un çay (tè) e sorseggiando la calda bevanda arancione raccogliamo le prime informazioni sulle attività dell’ateliê e in generale sulla situazione associativa a Van.

A Van ci sono circa 570 associazioni; al primo posto vi sono le associazioni religiose, poi vengono le associazioni femminili e di sostegno alla famiglia. Siamo piacevolmente sorpresi dal folto numero di organizzazioni femminili (create e amministrate da sole donne) e l’attenzione e interesse che c’è nel salvaguardare i loro diritti. Enver ci racconta però anche uno dei lati negativi di questo associazionismo, del modo in cui queste istituzioni lavorano per recepire finanziamenti: “Molte associazioni femminili utilizzano o meglio sfruttano alcune situazioni di violenza o eventi tragici come i Töre cinayetleri, letteralmente ‘omicidi di tradizione/usanza’ (quando una donna viene uccisa dai propri famigliari per aver commesso atti ‘sconvenienti’ ndr.). Descrivendo tali atti nei loro ‘progetti di risoluzione’ delle problematiche dell’aria, a volte anche acuendo le situazioni mirano a riscuotere fondi dall’Unione Europea.”

Notizie sulla cooperativa. La cooperativa esiste da oltre dieci anni. Si occupa della produzione di kilim e ceramiche da parte di giovani ragazze di età compresa tra i 15 e 25 anni, provenienti da famiglie non benestanti migrate a Van dai villaggi della provincia di Hakkari (provincia a sud di Van confinante a sud con l’Iraq ed a sud-est con l’Iran). Lo scopo principale della cooperativa è insegnare alle ragazze un lavoro e dare loro la possibilità di praticarlo, e nel contempo dare un’istruzione. Solitamente esse vivono in famiglie molto numerose che non riescono a far fronte alle spese di mantenimento; a causa dell’evacuazione hanno perso i loro mezzi di sussistenza tradizionali (allevamento e agricoltura di sussistenza). Le ragazze non avrebbero perciò la possibilità di andare a scuola e nemmeno di lavorare – in alcune zone, soprattutto in aree agricole fuori dai grandi centri, troviamo ancora una società fortemente patriarcale nella quale solitamente le ragazze rimangono in casa senza possibilità di crearsi un futuro. La donna è ritenuta inferiore all’uomo o comunque dipendente da esso e non può essere padrona della propria esistenza-. Nella Cooperativa imparano il lavoro di tessitura dei kilim e la produzione di ceramiche con i quali riescono ad aiutare economicamente la famiglia; ricevono un’istruzione (anche se limitata): hanno attivato corsi di lingua curda e informatica; e soprattutto, elemento che Enver sottolinea più volte, le ragazze hanno la possibilità di vivere in una situazione altra rispetto a quella famigliare, la cooperativa diventa un punto associativo di ritrovo per le ragazze le quali condividono un’esperienza, si confrontano, discutono, studiano, crescono, ma anche per le loro famiglie, per madri e padri che coinvolti in questa attività sono incoraggiati ad essere attivi a loro volta e più aperti sulla tematica del lavoro/studio femminile.

L’attività viene svolta in tre ateliê e interessa un totale di 93-94 ragazze. La sede principale  (dove ci troviamo) è situata a 10 minuti a piedi dal centro di Van ed è formata da due lunghi edifici a due piani e un ampio giardino. Visitiamo. Ci sono alcune stanze dove le ragazze intrecciano i kilim su grandi telai di legno: ragazze giovani con lo sguardo pulito, di bambine, che con mani esperte e veloci passano i fili di lana sui telai a formare lentamente simboli e disegni. Passo le dita sulla superficie ruvida del kilim ancora incompleto sul telaio, linea nette sembra un disegno sul muro. Arte antica, oggetti preziosi. Facciamo due chiacchiere. Alcune di loro hanno imparato l’arte del kilim dalle madri o dalle nonne, altre hanno cominciato proprio nella cooperativa. “Non abbiamo frequentato le scuole” mi dicono, “Perche?” Non ci hanno mandato, non c’èra l’opportunità”. Quindi venute a conoscenza del progetto della cooperativa per loro propria scelta hanno deciso di venire a lavorare all’ateliê, chiediamo se la famiglia, il padre ha posto ostacoli, rispondono di no. Qui lavorano divertendosi. Vengono pagate a cottimo cioè in base alla quantità prodotta: sono circa 85-90 lire turche (45 euro) al metro quadro (solitamente un metro quadro si completa in una settimana). Le ragazze si occupano di tutto il processo di creazione dei kilim: lavano e filano la lana delle pecore che arriva dai villaggi, preparano le tinte con prodotti naturali (per esempio dal mallo delle noci fanno l’indaco, con un fiore particolare dell’area il giallo ocra, etc…), tingono la lana e infine tessono i tappeti. Il problema principale riguarda la commercializzazione dei prodotti: nonostante i prezzi siano buoni e i prodotti di valore la richiesta nell’area è molto bassa e per ora non sono riusciti a trovare un canale commerciale per vendere i kilim all’estero.

AllAtelie

Proseguiamo con la visita. C’è il laboratorio delle ceramiche provvisto di forno dove producono piatti, statuine e soprammobili di ogni tipo. Si sono dotati di una sala computer che è diventata punto di incontro per tutti i ragazzini della zona. Enver ci spiega che per evitare che i ragazzi stiano in strada, si ritrovino nei fumosi internet cafè e spendano i pochi soldi che hanno, ha deciso di aprire la sala così da creare un punto di ritrovo ‘sorvegliato’e consono; è riuscito così a creare un rapporto di amicizia con i ragazzi e far diventare l’ateliê un centro importante di socialità per tutto il quartiere.

Le ragazze ci hanno preparato il pranzo! Insalata, un piatto di bulgur (tipologia di grano, sembra riso spezzato) e pollo con le verdure. Purtoppo non mangiano con noi perchè non c’è abbastanza spazio. Rifocillati andiamo in visita agli altri due ateliê costruiti entrambi in periferia, in zone di nuova costruzione della città. Qui le ragazze sono meno e lavorano tutte assieme in una stanza (è ancora freddo e non riscaldano tutto l’edificio). Ci sono una o due stanze per la tessitura dei tappeti provviste di telai, una stufa e il çaydanlık (la doppia teiera per fare il tè che non può mai mancare). Sostanzialmente la cooperativa fornisce il luogo e gli strumenti di lavoro e le ragazze si autogestiscono, nessuna è costretta a lavorare ogni giorno un determinato numero di ore, ognuna è libera di stare e produrre quanto desidera.

La cooperativa ha un negozio per la vendita dei kilim all’entrata della rocca di Van. Andiamo. E’ ancora inverno e siamo ad est: le ore di luce sono poche, il sole cala verso le cinque e non è graduale, non c’è un momento di passaggio tra il giorno e la notte ma è un buio immediato, nero. Non abbiamo molto tempo poichè alle quattro e mezza passa l’autobus che riporta tutte le ragazze a casa, corriamo sulla rocca di Van da cui si ha una vista sul lago spettacolare.

Rocca di Van

Questa sera ognuno andrà in una famiglia diversa. Tutte le ragazze hanno insistito per ospitarci ed Enver è stato costretto a fare una sorta di lotteria per scegliere chi poteva portare uno di noi a casa. Ci hanno perfino chiesto di fermarci due, tre, quattro giorni per dare la possibilità a tutte di avere un ospite ma abbiamo i giorni contati e non possiamo. Alle ore cinque del pomeriggio ci dividiamo e ognuno va dalla ‘sua famiglia’, c’è un pò di agitazione nel gruppo: “Come faremo a comunicare? Cosa gli dirò? Come passeremo tutta la sera?”. Ma ormai è deciso.

Io sto con Seden, la ragazza che ora fa da segretaria per la cooperativa e coordina il lavoro delle altre ragazze. Ha 20 anni. Camminiamo verso casa, abita nel vicino quartiere di Karşıkaya.

E’ una bellissima casa con un salone ampissimo, un vero mini campo da calcio che rimane però inutilizzato nei mesi invernali perchè difficile da riscaldare; ci sediamo invece nella stanza attigua su morbidi tappeti (i pavimenti sono sempre rivestiti da grandi tappeti poichè si cammina scalzi). E’ una sala più piccola (ma comunque grande per i nostri standard), la stufa è accesa, ci sono divani e televisione. Sono in sette fratelli: quattro femmine e tre maschi. La mamma è una donna alta, importante, dalla carnagione del viso di un marrone chiaro, gli occhi grandi, scuri, definiti nella parte inferiore da una sottile linea nera, indossa un vestito nero e argento che brilla, parla curdo ma sembra mi capisca quando parlo turco nonostante guardi con occhi curiosi le figlie perchè traducano. La cucina è una cucina moderna come le nostre ma sembra troppo pulita e in ordine perchè venga usata. Infatti scopro che è una ‘cucina di bellezza’. Usano invece una stanza al piano interrato come dispensa e cucina: non ci sono tavoli né piani lavoro, solo un gas e alcune spesse mensole dove tengono in grossi contenitori di plastica: riso, bulgur, lenticchie, ceci, fagioli –i cibi primari-; preparano i cibi sui tondi vassoi di acciaio sedute a terra, “Non è per niente comodo cucinare in piedi!”.

A casa parlano il curdo. La madre non parla turco, il padre parla un turco curioso, con un forte accento locale (per questo forse fatico molto a capirlo), le ragazze parlano bene entrambe le lingue, curdo e turco. Ibrahim, la nostra guida locale e grande amico, è professore di lingua curda e annota sul suo quadernetto tutte le differenze linguistiche che riscontra (erê che significa sì qui viene pronunciato ee, nell’area di Van non pronunciano la R).Vengono da un villaggio vicino a Başkale, il centro più importante tra Van e Hakkari. Sono stati costretti a lasciare il villaggio a causa di una Kan davasi, una faida famigliare: un parente ‘alla lontana’ (con le famiglie allargate si forma una rete parentale molto ampia che include interi villaggi) ha ucciso un uomo di un villaggio vicino, per evitare la ritorsione della famiglia dell’ucciso quasi un intero villaggio si è spostato a Van. La situazione economica al villaggio era positiva, al loro arrivo a Van quindi sono riusciti con mezzi propri a costruirsi la casa con un bel giardino dove coltivano verdura e hanno anche qualche albero da frutto. Il padre ora non lavora, sono le due figlie mediane di 20 e 22 anni che lavorando alla cooperativa mantengono la famiglia. Mi ha stupito positivamente il rapporto padre-figlie: le ragazze si esprimono, discutono con il padre da pari a pari, sono decise e determinate nello studio e nel lavoro e il padre le appoggia. Anche gli altri ragazzi hanno riscontrato una certa parità, possiamo dire uguaglianza, nel rapporto uomo-donna.

Ci offrono una cena ricca: il devin, zuppa di yogurt con grano ed erbe speciali di Van (nell’area di Van crescono moltissime tipologie di piante ed erbe dai nomi a me sconosciuti che utilizzano in cucina), riso, verdure, carne e il croccante tandur, il pane cotto nei forni di quartiere.

 Mercoledì 16 marzo – da Van a Yüksekova  (Bilint Basan)

 -Al mattino ci troviamo tutti alla cooperativa, l’appuntamento è alle otto e mezza ma i tempi si dilatano: si beve l’ultimo çay, i saluti, i primi distacchi. Le ragazze ci aspettano al nostro ritorno a Van. E’ andato tutto bene, i ragazzi hanno trovato modi di comunicazione oltre la lingua: parole dai dizionari (una parola per dire tante cose, parole che rachiudono concetti, la semplificazione del linguaggio per farsi capire quindi il trasformarsi del pensiero complesso a poche e semplici parole portatrici di significati più profondi, ampi e sfumati. Quando ci si esprime in una lingua che non è la nostra lingua madre cambia completamente il nostro modo di esprimerci: è più semplice, diretto, un ‘modo bambino’ per dire le cose); i ragazzi hanno utilizzato disegni, sorrisi, sguardi; chi ha fatto il bagno; chi non ha dormito a causa di bambini piangenti; tutti sorpresi dalla ricchezza delle ‘tavole’ o meglio dei pavimenti, dal sapore dei cibi diversi, sommersi dal calore delle famiglie, dalla loro curiosità di sapere, dall’insistenza nel guardare e dalla cura con cui trattano l’ospite.

-Viaggio da Van a Yüksekova. Seguiamo il fiume Zap, colline dolci che diventano montagne di neve,  orme di animali. Ad un certo punto le strada si divide in due: una prosegue verso sud, verso Hakkari, l’altra prende direzione est, verso Yüksekova. Qui il solito posto di blocco. Compiliamo i moduli in cui spieghiamo chi siamo e il motivo della nostra venuta. Dico che veniamo dalle Alpi, siamo amanti delle montagne venuti a scoprire e conoscere le ‘montagne turche’, nel tentativo di dare una semplice spiegazione turistica faccio una gaffe incredibile parlando di montagne, parola che qui è immediatamente associata a guerriglia, terrorista, PKK. Non ci creano problemi, dopo pochi minuti ci lasciano passare.

Verso Yüksekova

-Gli amici di Yüksekova non rispondono al telefono, al villaggio la linea non prende così non riusciamo a dare notizia del nostro arrivo; ma so dove abitano, non c’è da preoccuparsi faremo una sorpresa. Entriamo in città. Il centro è formato da un’unica ampia via. Saltano subito all’occhio i mezzi corazzati sul lato destro della strada, la presenza dei militari è ormai parte della geografia di quest’area del Paese. Decidiamo di visitare la sede del Partito della Pace e della Democrazia (BDP, Barış ve Demokrasi Partısı). Saliamo scalette di cemento ghiacciate ed entriamo in uno stanzone affollatissimo: gruppi di giovani e meno giovani che chiacchierano e bevono çay, donne, uomini, ragazzi e ragazze. Chiediamo se la presenza numerosa è dovuta ad un evento particolare ma ci rispondono: “No, è sempre così. Il partito è il luogo dove gli abitanti di Yüksekova si ritrovano.” (Questo ci dimostra quanto vita e attività politica soprattutto nella regione di Hakkari siano legate a doppio filo. L’impossibilità di condurre un’esistenza ‘normale’, non poter camminare, andare a scuola, nei caffè, al lavoro, giocare, mangiare, tornare a casa, perfino respirare, in libertà ma essere sempre sotto l’occhio del ‘Grande Fratello’ [leggi le forze armate, lo stato], godere di libertà di movimento ed espressione per finta, tutto ciò acuito da grave povertà e disoccupazione ha portato la gente ad agire, ha lottare per i diritti base che spettano ad ogni uomo/donna). Ci accoglie il sottosegretario della sede di Yüksekova. Il gruppo si presenta. Alcuni hanno preparato una breve presentazione in cui dicono chi sono, in che modo sono venuti a conoscenza della Questione Kurda, quali sono le loro attività e come agiscono per fare informazione in Italia, che io ed Ibrahim abbiamo prontamente tradotto in turco e curdo.

Il sottosegretario (non ho segnato il nome…) inizia a parlare in curdo poi, a causa mia, è costretto ad esprimersi in turco. Sentono il bisogno forte di parlare nella loro lingua madre, di mostrare che è una lingua viva, parlata. E’ molto felice di sapere che in Europa e soprattutto in Italia il popolo ha ancora interesse nell’aiutare altri popoli nella loro lotta di liberazione, per la democrazia e i diritti umani fondamentali. Ci racconta della situazione politica dell’ultimo periodo, in particolare del partito al governo, il Partito di Giustizia e Sviluppo, AKP, che in Europa è percepito come attore positivo, motore di trasformazione e democratizzazione del sistema in Turchia quando in realtà è un soggetto pericoloso: “Più pericoloso dei nazionalisti del CHP ed i fascisti del MHP”. Negli ultimi due anni, da quando l’AKP ha cominciato la cosiddetta “Apertura Kurda” le operazioni sia militari che politiche hanno raggiunto picchi inaspettati: “Prima ci uccidevano, oggi ci mettono in prigione. Ogni giorno ci sono nuovi arresti. La nostra sindaca, Rüken Yetişkin, è in prigione da dieci mesi.” Continua poi dicendo che il popolo kurdo ha perso quasi completamente le speranze nel governo e nelle istituzioni statali, non c’è la volontà di risolvere la questione attraverso il dialogo, i kurdi non vengono ancora accettati come interlocutori politici, come dimostrano le ondate di arresti; se l’approccio dello stato non cambia…

C’è eccitazione per avere degli ospiti stranieri e finiamo a ballare gli Alay. Alcuni ragazzi si mettono a cantare marce kurde e parte la danza: mignoli nei mignoli, spalle che trottano, passo ritmico, ripetuto, infinito; grandi sorrisi. Ci sono scambi di regali. Il gruppo dona lo striscione NO TAV, in cambio riceviamo la bandiera curda e il poster di Öcalan (cose da nascondere bene). Ricevo un oggetto preziosissimo: un piccolo pendente a forma di Kurdistan dei colori della bandiera kurda.

-I nostri ospitanti vengono rintracciati ed arrivano al partito. Subito una brutta notizia. L’amico che per primo avevo conosciuto e ci aveva ospitato ad aprile, e che non ero riuscita ad incontrare a settembre perchè proprio il giorno della nostra venuta era stato messo in prigione, mi aveva chiamato solo qualche settimana prima per darmi la bella notizia della sua uscita. Da una settimana purtroppo è di nuovo agli arresti (lavora nel BDP…). Incontriamo i suoi fratelli. Passeggiamo per il centro e dopo aver fatto una bella spesa di verdure ma soprattutto di carne partiamo alla volta del villaggio di Gül Dalı (in curdo Bilint Basan) locato a venti chilometri dall’Iran. (Nonostante io abbia spiegato il progetto e cosa si intenda per turismo solidale e responsabile dopo lo scorso viaggio stavano per bandirmi da Yüksekova per aver osato lasciare un piccolo contributo monetario. Questo ci dimostra quanto accogliere dieci/dodici persone nella loro casa, cucinare per loro, condividere i propri letti e spazi, sia per le famiglie naturale, bello, e abbia un valore importante. Quindi vista la difficoltà con cui le famiglie accettano il contributo finanziario abbiamo deciso di comperare cibo, sopratutto carne che dato il costo è un bene di lusso, e beni primari come farina, zucchero, olio).

Accoglienza in casa. La famiglia è costituita dal padre, la madre iraniana (nel villaggio ci sono alcune donne iraniane data la vicinanza al confine) e 13 figli (uno dei quali in prigione ed una sulle montagne). Arrivano anche vicini e amici. Il salone come in tutte le case kurde è costituita da un’ampia stanza rettangolare con il pavimento rivestito di tappeti e il perimetro adorno di cuscini, in un angolo la stufa accesa, siamo a 2000 metri! Formiamo una ‘tavola rettangolare’. Cominciamo con il presentarci poi ognuno di loro prende la parola, tutti, adulti, anziani, anche i ragazzi più giovani (le donne sono tutte in cucina alle prese con le cena) ci raccontano il loro pensiero sulla situazione politica attuale, sul popolo kurdo e la sua storia, sull’importanza di valori e diritti universali, o piccoli aneddoti. E’ stato un momento di condivisione molto forte. (Yüksekova la sento un pò casa. E’ la terza volta che vengo, sempre solo per qualche giorno, ma appena sbuco dalla curva e l’occhio si allunga sull’altipianodove scorgo la città in lontananza divento impaziente, vogliosa di arrivare, so che in pochi minuti sarò in città e riabbraccerò gli amici del villaggio. Il calore incontrato qui, l’amicizia sincera che si è creata immediata, le discussioni accese, sentite, le  storie tristi ascoltate, le lacrime e l’ironia e le risate forti, il rispetto, gli abbracci stretti, non li ho trovati da nessun’altra parte. Proprio ora, nel momento in cui scrivo, una chiamata, sono loro dal villaggio, riconosco la voce dal timbro alto e l’accento di Yüksekova, chiedono quando torniamo a trovarli. Mi si stringe il cuore).

-In cucina. Fuochi accesi a cucinare il riso ‘iraniano’. Valeria e Lusiana si sono unite alle ragazze nel taglio di pomodori, cetrioli e verdure. Chiedo delle pecore. Felem mi racconta che hanno venduto tutte le pecore per completare la casa e così l’attività principale delle donne fuori dalle mura di casa è persa, non salgono più al pascolo, non possono più produrre gli elementi base della loro cucina: yogurt e formaggio, sono costretti ora a comperarlo spendendo molti soldi. Non c’è lavoro, nessuna attività possibile, rimane solo il contrabbando di tè, sigarette, benzina come fonte di reddito.

-Si apparecchia. Saremo almeno in25 amangiare sulla lunghissima tovaglia cerata che arriva da un capo all’altro della stanza; c’è tanto cibo da sfamare altrettante persone. Dopo cena c’è lezione di lingua curda. Due volte alla settimana un insegnante del Kurdi Der (associazione per la protezione e sviluppo della lingua curda) di Yüksekova viene al villaggio e tenere lezioni di lingua. Non c’è una struttura in cui trovarsi quindi a turno le famiglie prestano il proprio salone che con una lavagna si trasforma in classe. Come ha detto Öcalan: “Her male kî dibistanek”- Ogni casa una scuola. Gli studenti vanno dai dieci ai sessant’anni, tutti seduti a terra con i propri libri tra le mani e gli occhi fissi all’insegnante, tutti pari.

Il centro del Kurdi Der di Yüksekova è stato aperto nel 2007 e da quest’anno (2011) è cominciato il progetto di ‘educazione nei villaggi’ i cui abitanti solitamente non hanno la possibilità di frequentare un corso in città. Gli iscritti ufficiali qui sono una ventina, essi pagano una cifra minima per permettere di pagare la benzina agli insegnanti e poco più, in realtà i partecipanti poi sono più del doppio, chiunque nel villaggio voglia prendervi parte lo fa. E’ bellissimo vedere l’interesse e partecipazione degli abitanti del villaggio, padre e figlia fianco a fianco che si correggono; è terribile pensare che queste persone stiano prendendo lezioni per imparare a scrivere nella propria lingua madre (lingua proibita a cui è stato impedito di svilupparsi in maniera libera in lingua scritta).

I ragazzi sono colpiti positivamente dal progetto linguistico. tentativo di diffusione capillare di corsi di lingua curda (per madre lingua!), decidono quindi di dare un contributo al giovane professore da dividere tra i maestri che chiaramente sono tutti volontari. Dopo molte insistenze lo costringiamo ad accettare. Non ha nulla con sè ma vuole comunque lasciare un pensiero; dona ai ragazzi uno degli oggetti per lui più preziosi: l’accendino regalatogli dal padre partito per le montagne e unitosi alla guerriglia (staccarsi dalla cosa che ha più valore per ricambiare, per far ricordare, per questa naturale predisposizione allo scambio, voglia di condivisione che viene da dentro).

– Per dormire i ragazzi si spostano in un’altra casa. Noi otto ragazze assieme a Felem, Sevda e altre due ragazze restiamo nel salone che si trasforma in stanza dai pavimenti di materasso e trapunte dai colori cangianti.

 Giovedì 17 marzo         – Hakkari

 – Nuova partenza. Nuovo distacco. Da Bilint Basan ripartiamo verso Hakkari (in curdo Çolemerg).

– Vogliosi di due passi nelle montagne di Hakkari ma impossibilitati dal fare un vero trekking ci fermiamo appena prima dell’ingresso di Hakkari in una zona chiamata Depim dove si trovano alcune locande. Qui sul fianco sinistro della valle dello Zap parte perpendicolare una valletta (Helil) in cui ci incamminiamo. Siamo dentro le montagne di roccia sulle cui cime c’è ancora neve, seguiamo per un pò il fiume, immaginiamo le cime che non possiamo raggiungere.

– Ad Hakkari ci accoglie Halit Somdan rappresentante del Cilo Doğa Derneği, associazione fondata nel 2006 allo scopo di salvaguardare la ricchezza di flora e fauna della regione di Hakkari, area con una vasta varietà di specie vegetali e animali (ci sono circa 10.000 specie di piante; specie particolare presente solo in questa regione è il Ters Lale, il Tulipano capovolto/riverso di colore rosso o giallo). L’attività principale dell’associazione è quella di educare la popolazione a proteggere l’ambiente in cui viviamo e capire l’importanza di ogni gesto in questa direzione (Halit ci da un esempio: non uccidere serpenti o cinghiali, animali considerati impuri e quindi abbandonati sul posto, perchè si interrompe la catena alimentare). A questo scopo vengono tenuti seminari e conferenze ad Hakkari e nell’intera regione. Come associazione hanno pubblicato un libro con CD in cui viene mostrata la bellezza e varietà naturale della regione, cultura, tradizioni e attività di vita quotidiana.

Halit ci racconta chela Valledello Zap una volta era rigogliosa e alberata, ora non c’è che qualche arbusto (è sempre uno shock arrivare dalle nostre montagne verdi di boschi di faggi, larici e abeti e arrivare nel Kurdistan dalle montagne senza alberi); “Lo stato dovrebbe pianificare un progetto di ‘ri-piantamento’”.

Ad Hakkari si incontrano due catene montuose: guardando a sud verso l’Iraq e dando la schiena al lago di Van troviamo sulla sinistra da Hakkari a Yüksekovala Catenadel Cilo; sulla destra, parallela al confine Iraqeno fino a Şırnak si snodala Catenadel Kato.

– Corriamo poi all’incontro sucessivo con Fadıl Bedirhanoğlu sindaco di Hakkari.

Le parole sono, purtroppo, sempre le stesse: il governo non dimostra di voler risolverela Questione Kurda, ogni giorno ci sono arresti mirati a silenziare il popolo kurdo e i suoi rappresentanti, la situazione peggiora e le speranze di una risoluzione sono ormai pochissime. Facciamo poi qualche domanda sulla situazione dei finanziamenti statali nella regione. I fondi arrivano dallo stato centrale in base al numero di abitanti. Solitamente la cifra che dovrebbe arrivare subisce una detrazione (circa del 20 %). Il sindaco racconta: “La somma è sufficiente per pagare gli stipendi di coloro che lavorano nella municipalità e a volte non basta nemmeno. Nell’anno 2010 i fondi statali hanno coperto il 60 per cento della somma da pagare per gli stipendi, noi come municipalità abbiamo aggiunto 600.000 lire turche. Ci finanziamo attraverso le tasse dei cittadini, e i soldi dei pagamenti di acqua ed elettricità. I fondi statali non tengono conto della difficoltà maggiori che abbiamo nella nostra provincia: per esempio la costruzione di infrastrutture come strade, ponti, etc…, in un’area montagnosa come la nostra richiede più lavoro e più soldi. Il giorno 14 di questo mese (siamo al 17) dovevo pagare gli stipendi ma ancora i soldi non sono bastati. Lo stato sostanzialmente non sembra voglia darci un aiuto concreto per permettere l’erogazione di servizi base e per lo sviluppo dell’area”. Per quanto riguarda il processo decisionale il siandaco ci fornisce qualche dato. La giunta comunale è composta di ventisei membri: venticinque appartenenti al BDP di cui quattro donne e uno del partito al governo AKP, donna. Le decisioni non vengono prese dal solo sindaco ma è stato creato una sorta di mini-consiglio composto di tre persone (due uomini e una donna) tra cui il sindaco che discutendo prende decisioni. Bedirhanoğlu torna poi a parlare della forte oppressione che si vive ad Hakkari: “Basta guardarsi attorno per capire le pressioni cui siamo sottoposti giornalmente. Ci sono postazioni militari e uomini in divisa dappertutto, ogni giorno ci sono nuovi arresti, dieci giorni fa 30 persone sono state messe agli arresti a Yüksekova. L’obiettivo dello stato e neutralizzarci, farci stare zitti. La sindaca di Yüksekova è stata arrestata dieci mesi fa in quella che viene chiamata Operazione KCK assieme a moltissimi altri esponenti della società politica e civile. Non vogliono parlare con noi”.

– Per la notte il gruppo si divide su tre famiglie (alcuni vanno con Halit del Cilo Doğa Derneği che insiste per averci a casa, alcuni con un suo amico, io ad altri quattro ragazzi con Necman, la famiglia con cui sono in contatto ad Hakkari). Il mio gruppo con alcuni amici di Necman decide di fermarsi a bere qualcosa in una locanda.

Chiacchiere. Davanti ad una birra ci rilassiamo facendo due chiacchiere con alcuni amici che lavorano come cameramen per un’agenzia di informazione e per una radio locale. La discussione prende sempre la stessa direzione. Alla domanda ‘come si vive qui ad Hakkari?’, che non voleva essere una domanda per forza diretta alla conoscenza della situazione politica, la risposta ricalca i discorsi che ascoltiamo da due giorni. “La situazione continua a peggiorare. Gli arresti aumentano, non vi è cenno da parte dello stato di muovere un passo positivo per parlare con i kurdi nè con i loro rappresentanti. Tanto vale partire per le montagne”. Cerco di ribattere, di ribadire l’importanza di continuare a ‘combattere’ con mezzi non-violenti, cercare di sensibilizzare la società civile turca ed europea, di trasmettere quanto la situazione sia invivibile e difficile e quindi sia necessario un totale capovolgimento di politiche nell’area, “Dobbiamo far capire questo ai popoli turco ed europeo! Dobbiamo combattere con la penna e i libri. Cercare di diffondere notizie e diffondere educazione, i giovani devono crescere studiando per avere gli strumenti per pensare con la loro testa, per discutere, criticare, proporre e non seguire a testa bassa ideologie radicali e cantare slogan prefatti messigli davanti”. Mi ascoltano e non capiscono da dove provenga questa mia fiducia, chiamiamola speranza. Vedo occhi che guardano alle montagne. “La nostra qui ad Hakkari non puòi chiamarla vita. Lavoro-casa e casa-lavoro, nient’altro da fare, non ci sono attività sociali o culturali, non vi è la possibilità di farle a nostro modo, non ci sono luoghi d’incontro, solo qualche locanda fumosa, come questa. Siamo controllati ad ogni nostro passo e movimento. La parola libertà (di opinione, parola, movimento nda.) non sappiamo più cosa significa. Non c’è lavoro, la gente è per le strade, vuota. La gente ha fame. Se il governo dopo il Newroz, entro il mese di aprile, non farà un passo per venire incontro alle nostre richieste, non ci dimostrerà di avere voglia vera di intraprendere un dialogo allora partiremo. Le famiglie hanno deciso. Non abbiamo più nulla in cui sperare.” Ascoltiamo. Non ci sono parole sensate da dire. Il volume della musica si alza, balliamo! Non possiamo fare altro.

 Venerdì 18 marzo – da Hakkari  verso Sason

 – Ripartiamo al mattino presto (verso le otto e mezza riusciamo ad essere pronti, cosa che per un gruppo di 12 non è facile). Ci aspetta un lungo viaggio attraverso il Kurdistan turco orientale: ritorno a nord verso Van e poi costeggiando il lago in direzione ovest verso Silvan.

– Ci fermiamo a Başkale per presenziare anche se per poco al Newroz che si tiene oggi in paese. Sorpresa! Hanno cambiato la data del Newroz posticipando la celebrazione al giorno successivo, oggi si tiene invece la cerimonia in ricordo dei martiri di Çanakkale del 1915. Sorseggiamo çay osservando l’inizio della parata in una piccola casa da tè che da sulla piazza principale. Nella notte ha piovuto, è rimasta ancora qualche nuvola nel cielo, l’aria è umida fredda, ho dormito schiena contro schiena con la nipote di Necman, non ho dormito. Nella casa da tè scoppietta una vecchia stufa al centro del locale, il gestore ci guarda: “Si vede che siete proprio gente della montagna!” (dobbiamo avere visi provati).

– Ripartiamo. Meta: l’isola di Akdamar circa a 40 chilometri da Van dove si trova una delle più belle e meglio conservate chiese armene. Consumiamo pomodori, cetrioli e il famoso formaggio alle erbe di Van in uno sfondo di montagne. Riprendiamo il traghetto, scivoliamo lenti sulle acque del ‘Mare Van.’

Akdamar

 

Akdamar

– Sono circa le due quando risaliamo sul nostro mezzo, abbiamo ancora300 kmdi strada da percorrere. Sulle montagne la neve comincia a sciogliersi, sotto lo strato sottile di neve si percepisce la terra rossa, neve rosa pelle. Guardiamo il Kurdistan scorrere dal finestrino. Ancora qualche posto di blocco, ma ormai nessuno ci fa più caso, sembrano parte della strada, del viaggio, tirare fuori i passaporti, dare spiegazioni sulla nostra presenza nell’area è normalità. Si riparte. Nel tratto Van-Sason i controlli sono aumentati, a settembre non ricordo ve ne fosse nemmeno uno, ora probabilmente con i festeggiamenti di Newroz le forze armate sono all’erta; tutti ci pongono le solite domande: da dove venite? Qual’è il motivo della vostra visita? Sguardo inquisitore, occhi puntati. Se non siamo abbastanza convincenti come turisti fanno anche il controllo bagaglio. Pochi minuti. Poi con un “Benvenuti in Turchia, buon viaggio!” ci lasciano andare. Un’unica volta ci siamo sentiti rispondere: “Perchè siete venuti fin qui? Perchè non siete andati ad Antalya sul Mar Mediterraneo? Quelli sono posti da visitare. Non queste aree…”

Posto di blocco

– Il programma teorico ci avrebbe portati ad alloggiare in un villaggio di poche case nei pressi di Sason (Silvan) ma la notte scende presto ed è una notte nera, la strada che porta al villaggio è a tratti una strada di sassi e senza illuminazione decidiamo quindi di passare al piano B: sosteremo all’Aydın Otel Termal (Sason – Kaplıca). Questo è un centro di acque termali naturali dove solitamente la gente dell’area viene per curare i reumatismi e malattie simili. Un bel bagno caldo (75-80 gradi), una lunga doccia e cambiamo colore.

 Sabato 19 marzo – Hasankeyf

 – Ristorati da una notte di sonno profondo ci alziamo nel clima primaverile di Sason. Abbiamo abbandonato le taglienti montagne di neve di Hakkari, la forza e il caldo abbraccio dei suoi abitanti ribelli, l’oppressione e la presenza costante dei militari sulla pelle; sembra un secolo.

– Ci troviamo a pochi chilometri dal Ponte di Malabadisul fiume Batman (dal nome della provincia in cui scorre) uno degli affluenti del Tigri. Ci fermiano a visitarlo. E’ il ponte esistente con l’arco di pietra più grande mai costruito, si dice che l’Aghia Sofia di Istanbul possa starci sotto. Poche centinaia di metri più a monte si innalza il muro della diga di Batman. Dighe che trasformano il territorio…

La diga di Batman

– Em diçın Heskif e! – Andiamo ad Hasankeyf![1] Oggi festeggiamo la quinta edizione di ‘Piantando nuovi alberi in Hasankeyf’ promossa dall’associazione ‘Iniziativa per far vivere Hasankeyf’ (Hasankeyf’i Yaşatma Girişimi) nata con lo scopo di combattere la costruzione della diga di Ilusu. L’atto di piantare giovani alberi negli orti sulle sponde del Tigri simboleggia la speranza di vederli crescere rigogliosi questi alberi, la speranza di sedersi all’ombra dei loro rami in un Hasankeyf che fra trent’anni esisterà ancora e non sarà distrutta dal lago della diga. “Facciamo incontrare le radici degli alberi con le radici della storia” è lo slogan di quest’anno. Sono presenti varie delegazioni europee alla cerimonia. Camminiamo sul ponte e attraversiamo il Tigri per raggiungere il vero centro di Hasankeyf. Ci raccogliamo sulla sponda destra del fiume dove uno dei rappresentanti dell’Iniziativa tiene un breve discorso in turco (ci fanno avere la copia in inglese) in cui spiega le motivazioni di questa celebrazione e poi tutti prendono il proprio albero da piantare ed innaffiare. Riusciamo a ‘rubare’ la responsabile dell’Iniziativa che parla inglese, Ipek, i ragazzi si presentano e raccontano la loro di lotta per salvare la valle dove vivono in Italia (la battaglia NO TAV) e ribadiscono il supporto alla lotta in Hasankeyf. La situazione non permette un vero e proprio incontro, non c’è il tempo e la calma per fare domande sulla situazione attuale del progetto e le attività dell’Iniziativa. Oggi c’è anche Newroz in città. Il gruppo è disperso, chi si dirige ai festeggiamenti di Newroz che è proprio nello spiazzo antistante al giardino, chi si incammina verso il sito archeologico e le grotte. Mi avvicino al Tigri che fluisce pesante verso sud, la musica dagli altoparlanti della festa rimbalza sulla parete di roccia e nelle grotte sull’altra riva riportando il suono; musica che proviene da tutte le direzioni. Hasankeyf è un luogo magico, qui si cammina nella storia. L’importanza storico-archeologica si unisce alla bellezza naturale, storia e natura si fondono nelle roccie color miele, nella valli strette, nelle grotte antiche dove la gente ha abitato fino a pochissimo tempo fa (anni ’70), nel paesaggio che si può gustare dall’alto del‘Trono della Principessa’ (purtroppo qui non c’è stato tempo per andarci). E poi c’è il Tigri che emana un energia calma, una serenità prorompente.

– Ricompattato il gruppo si riparte per la meta finale: Diyarbakır, la capitale kurda. A casa, nel quartiere periferico di Gaziler, ci aspettano Mehmet e la sua numerosa famiglia (otto figli dei quali uno in montagna, uno in esilio politico in svizzera, una figlia sposata che vive da sola). E’ venuto il momento di abbandonare il nostro autista Senay dalla guida spericolata, che è diventato Gino, ed Ibrahim che ci ha accompagnato per tutto il viaggio. Entriamo a casa. La famiglia ci aspetta, Ana (madre) ha preaparato la zuppa di lenticchie spolverata alla menta.

 Domenica 20 marzo  – Newroz in capitale

 20 marzo. Mattina presto. La spianata dove si tengono le celebrazioni del Newroz ai margini di Diyarbakır (Amed) comincia a riempirsi. In macchina, autobus, dolmuş, a piedi tutti gli abitanti della città e molti da ogni parte della regione convergono qui oggi per festeggiare il ‘Nuovo Anno’. Anche noi con Mehmet e Botan, uno dei figli, ci incamminiamo verso i festeggiamenti. Abbiamo portato teli e un secchio di colore, i ragazzi dell’associazione vogliono fare uno striscione: “Solidarietà con i prigionieri rivoluzionari. Firmato: Alpi Libere.” Attiriamo l’attenzione di un folto numero di ragazzini e persone. Ci chiedono da dove veniamo, chi siamo, ringraziano per il supporto, per essere venuti a festeggiare con loro una festa importante.

Ho negli occhi l’immagine del mio primo Newroz (2010). Immagini nitide che mi passano davanti come diapositive: un milione di persone raccolte nella ‘piazza’; donne avvolte in vestiti tradizionali coloratissimi e ragazzi in tenuta da guerriglieri; musica forte, vivace, continua che copre le voci e penetra nelle orecchie; corpi caldi, vicini che si muovono in cerchio in una danza che sembra non abbia fine; famiglie numerose che preparano la ‘tavola’ e fanno pic-nic; il profumo e sfrigolio della carne alla griglia  dai banchi tutt’intorno; le immagini di Öcalan sugli schermi e i rappresentanti del partito curdo a parlare alla folla; un mare di bandiere sventolanti rosse, gialle e verdi. Non una dimostrazione politica, o meglio non solo una dimostrazione politica, ma una festa in cui cantare, ballare, divertirsi, in cui vivere (e urlare) liberamente la propria identità curda con la propria lingua, la propria musica, la propria danza; allo stesso tempo un momento per dimostrare allo stato turco l’esistenza del popolo curdo, la sua unità e determinazione, per chiarire ancora una volta le sue richieste e speranze.

Quest’anno il Newroz è andato diversamente. Verso l’una,  dopo l’accensione del grande fuoco al centro della spianata la folla comincia a dileguarsi. All’inizio non è stato subito chiaro, ho pensato tutti tornassero verso casa, poi la notizia: marcia della pace fino al parco di Koşuyolu nel quartiere di Ofis nel centro nuovo della città dove è stata eretta la ‘Tenda per una soluzione democratica’[2].Un improvviso cambiamento di programma, una decisione presa al momento o un piano predefinito ma non svelato? (Nei giorni sucessivi capiremo che in tutte le città maggiori è avvenuta la stessa cosa: dopo l’accensione dei fuochi il popolo ha marciato verso le Tende). Mentre le famiglie e le donne con i bambini tornano verso casa una buona parte della gente raccolta seguela Marcia. Noi in ritardo tagliamo per i campi e ci riaggreghiamo alle file. E’ una marcia pacifica, colorata, piena di giovani. La gente nelle case sta affacciata alle finestre e si unisce agli urli della folla, ci sono striscioni e bandiere attaccati dappertutto. I militari stanno ai lati, osservano. La camminata dura qualche ora, verso le quattro e mezza anche gli ultimi arrivano al Parco. E’ stata una manifestazione tranquilla, con urli e slogan decisi ma senza tensioni; ora nelle tenda parlano, fanno il punto della giornata, ribadiscono le loro opinioni, c’è chi canta e balla gli alay, il prato del parco è rigonfio di gente sorridente e arrossata dal sole che chiacchiera, beve çay, si riposa dopo il cammino; sembra una domenica di festa. Dura pochi minuti. Un colpo, fumo colorato blu e giallo, occhi che si chiudono. Dal lato sinistro del parco i poliziotti cominciano a lanciare gas lacrimogeni dentro il parco e a ‘sparare’ con i cannoni ad acqua sulla folla nella strada. Non è chiaro cosa sia successo, sembra alcuni ragazzi abbiano lanciato sassi contro le ‘forze dell’ordine’. Come un fiammifero acceso dentro una cisterna di benzina; l’impressione è che non aspettassero altro, cominciano gli scontri. La folla corre verso le porte, il parco recintato da mura e alte sbarre di ferro si trasforma in una prigione a cielo aperto. Alcuni di noi decidono di rimanere, alcuni già da un pò sono andati con Mehmet (il nostro’papà) verso il centro storico della città, lontano dagli scontri, io e gli altri ci infiliamo in un bar nel quartiere appena dietro il parco. Aspettiamo. Dopo circa una, due ore torniamo sui nostri passi, rientriamo al parco, è quasi vuoto, buio, la tenda è illuminata, ci sono ancora un centinaio di persone: suonano, cantano, ballano la loro musica ritmica come un mantra che sprigiona energia, c’è rabbia, determinazione, forza.

Andiamo a casa. Ci siamo tutti.

 Lunedì 21 marzo          – Derik

 – Consumiamo la colazione con calma in famiglia. Oggi andiamo a Derik, piccolo centro a sud di Diyarbakır, posizionato ai piedi di piccole montagne rocciose sull’estremo bordo della pianura che da versola Siria. Il viaggio è breve, circa un’ora e un quarto di pulmino, ma incontriamo i soliti imprevisti. Al posto di blocco veniamo fermati, quattro di noi hanno dimenticato il passaporto a casa, non valgono a nulla le mie spiegazioni o il tentativo di mostrare i biglietti aerei, essere senza documenti equivale ad essere sul suolo turco illegalmente. Dopo aver fatto i dovuti accertamenti (due ore) contattando i posti di blocco di mezzo Kurdistan turco dai quali siamo passati ci lasciano andare. Questa volta però è colpa della nostra disattenzione…

A Derik c’è Newroz oggi. Un piccolo Newroz con lo sfondo di montagne color del rame e il cielo azzurro azzurro. Partecipiamo un pò alle celebrazioni e ci perdiamo poi nei vicoli della città. Come in tutta l’area vicina al confine siriano la struttura dei paesi e delle case cambia: le abitazioni sono fatte di mattoni di terra e prendono la tinta chiara della terra asciugata al sole, case color miele. Sembra di essere entrati in un Paese altro, si sente che siamo in Medio Oriente. Incontriamo gli amici di Derik. Bevo caffè, mi leggono i fondi.

Newroz in Derik

– Nel pomeriggio torniamo verso Diyarbakır. Alcuni decidono di tornare alla Tenda per sapere gli sviluppi della giornata, altri vogliono visitare la città vecchia racchiusa dentro le antiche Mura di basalto nero (Sur içi). Verso le sei ci troviamo tutti a casa di una zia della famiglia che ci ospita, ha insistito per averci ospiti a cena e nel contempo chiede aiuto per la traduzione di lettere dal francese. Abitano dentro le mura vicino alla Mardin Kapı (la Porta di Mardin), la porta sud, in una delle antiche case di pietra basaltica di Diyarbakır. Ci offrono yogurt e formaggio fatti dai parenti del villaggio, olive, turşu (carote, cavolo, rape, peperoni sottaceto) preparati da lei e il pane cotto nel forno Tandur stamattina. E’ una zia giovane, ha 27 anni, è una donna forte, indipendente, emotiva, curiosa, ha voglia di chiacchierare, sapere come viviamo, cosa facciamo in Italia, vuole mostrare come si vive qui.

– Serata sulle mura. Saliamo sulla Keçi Burcu, la maestosa torre che apre lo sguardo sul Tigri e l’antico ponte dai dieci archi (Öngözlü). Di giorno diventa una sala da tè all’aperto, ora non c’è nessuno così ne approfittiamo per utilizzare i bassi tavolini e gli sgabelli, tiriamo fuori il buon vino piemontese e sotto un soffitto di stelle cogliamo l’occasione per parlare un pò di noi e del viaggio (durante questi otto giorni non c’è stato molto tempo per stare insieme, solo noi, e raccontarci con calma. Nel viaggio dipendiamo dalle famiglie che ci ospitano e le serate si passano con loro nel tentativo di parlare, capire, conoscerci, confrontarci con loro; e le giornate sono così piene di persone, luoghi, eventi che la sensazione è quella di essere partiti da un mese).

 Martedì 22 marzo – Diyarbakır

 – Alla scoperta di Diyarbakır. Entriamo nelle mura dalla Dağ Kapi (la Porta della Montagna) la porta nord, e proseguiamo costeggiando le mura sulla sinistra verso l’Iç Kale, il Castello Interno, è l’area più antica, il primo luogo di insediamento della città[3]. Piove. Il profumo della pioggia che emanano le mura. Ci perdiamo nelle strette stradine della città vecchia nel quartiere della Yeni Kapi (la porta Nuova), la porta est, per sbucare all’altezza del minareto ‘dai quattro piedi’.

– Questa mattina ci sono in programma le visite istituzionali con la delegazione italiana. Avendo noi già avuto occasione di parlare con rappresentanti del BDP e il sindaco di Hakkari la maggiorparte del gruppo decide di continuare la visita alla città, da cui sono rimasti sorpresi, non la immaginavano così… storica, vivace, piena di cose da vedere.

– Io con alcuni raggiungo invece la delegazione per la visita alla sede centrale del BDP dove  incontriamo il segretario del partito (si limita a chiarirci la visione ufficiale del partito non approfondendo o toccando temi altri).

– Ci ri-incontriamo tutti alla sede dell’Associazione dei Diritti Umani in Turchia (IHD) per l’incontro con Raji Bilici il segretario della sede di Diyarbakır, uomo che lotta ed è attivo da anni nell’associazione.

Bilici fa una breve presentazione generale sul’associazione. Fondata nel 1986 ad Ankara, l’ufficio di Diyarbakır ha aperto due anni dopo nel 1988 e comprende ora venti persone che lo amministrano tra avvocati, insegnanti, ingegneri. Sono tutti volontari. I membri dell’associazione sono circa 400. Per darci un’idea della situazione attuale fa una comparazione della violazione dei diritti umani nel quadriennio 2006-2010 soprattutto per quanto concerne libertà di espressione, violenze sui bambini e sulle donne, tortura. Nel 2006 il totale delle violazioni è circa 7.700, nel 2010 il numero cresce a 23.000, tre volte tanto! Dopo otto anni di governo AKP, anni in cui grazie al processo di integrazione europea sono state implementate parecchie riforme anche nel campo dei diritti civili e sociali per aderire ai criteri politici di Copenhagen, il 2010, anno in cui il processo di democratizzazione grazie all’ “Apertura Kurda” e alle discussioni di un pacchetto costituzionale più democratico avrebbe dovuto avere sviluppi positivi risulta essere proprio l’anno in cui ci sono state il maggior numero di violazioni dei diritti umani nella regione. “L’AKP non ha migliorato le condizioni sociali, civili e politiche nell’area kurda nè in generale in Turchia, anzi ha contribuito a peggiorarle.”

– Sono le ultime ore in città, le ultime ore in Kurdistan. Che ognuno vada e faccia ciò che creda! Paola, Natascia ed io decidiamo di passeggiare entro le mura respirando la città. Entriamo all’Hasan Paşa,  l’antico caravanserraglio locato nell’arteria principale, ora sede di caffè, negozietti e una delle librerie più pregiate di Diyarbakır. Piove a dirotto così ci fermiamo a sorseggiare çay e caffè turco mentre Paola contratta in un negozio di collane, bracciali e oggetti antichi. Facciamo incetta di çekirdek, misto di semi di girasole, zucca, mais tostato, mandorle e qualsiasi altro seme venga in mente.

– ‘Ultima’ cena sulla nostra tovaglia cerata.

Via la tovaglia giù i letti. Accovacciate su cuscini e coperte ci scambiamo le ultime impressioni, critiche, pensieri, prossimi appuntamenti.

 Il viaggio è andato bene. Tutti hanno imparato e portato via qualcosa, me compresa. A volte le condizioni non sono state proprio confortevoli, a volte gli eventi come un fiume ci hanno trascinato non permettendoci di decidere il da farsi e costringendoci a seguire la corrente, qualcuno si è annoiato o avrebbe preferito fare altro in alcune occasioni, ma nonostante ciò ognuno di noi ha vissuto, toccato, conosciuto parte del Kurdistan Turco e del popolo Kurdo per quello che veramente è, entrando (chi più chi meno) in profondità nei pensieri, opinioni, sensazioni delle persone, venendo sommersi dall’ospitalità calda (a volte ingombrante J) delle sue famiglie. Undici visioni e angolazioni del Kurdistan, undici nuove mappe disegnate con i propri colori.


[1] Hasankeyf in breve. Luogo che ha visto nascere e svilupparsi molti popoli e civiltà a partire dal12.000 a.C., sede di un ampio sito archeologico (grotte nelle roccie a picco sul fiume e resti di interi villaggi) sulle sponde del Tigri (Dicle nehri). Questa città di importanza storica, archeologica, culturale, umana importantissima sarà sommersa a breve a causa della costruzione della diga di Ilisu parte del progetto GAP, un piano di ‘sviluppo’ socio-economico del governo turco per l’area del Sud-est

[2]  In molte altre città e paesi del Kurdistan turco il BDP ha eretto le Tende che rimarranno fino alle elezioni nazionali il 12 giugno. Le Tende per una soluzione democratica (Demokratik Çozum Çadırı) vogliono essere punto d’incontro, un forum in cui la gente possa incontrarsi e discutere appunto di una ‘soluzione democratica’ alla Questione Kurda ma non solo, la voce con cui il popolo mostra al governo le proprie richieste e volontà.

[3] La “fortezza interna” costruita dagli Urriti è localizzata nella parte nord-orientale delle mura, su un dirupo che si affaccia sul fiume Tigri. Sede della chiesa più antica della città (III secolo d.C.) e di varie strutture soprattutto militari costruite nel 1800 e1900. In questo periodo l’area diventa zona militare: vi sono due Tribunali, per adulti e  per minorenni, un deposito militare, la caserma e la prigione (Cezaevi).

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