La diga di Ilisu: storia di un progetto di annientamento

Posted on March 10, 2011

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INIZIATIVA PER FAR VIVERE HASANKEYF: DI COSA SI TRATTA?

 L’ “Iniziativa per far vivere Hasankeyf” è stata istituita il 5 gennaio 2006 da parte di organizzazioni della società civile, alcune municipalità della regione del Sud-est turco, associazioni e sindacati dei lavoratori.

L’Iniziativa si batte per impedire l’implementazione del progetto di costruzione della diga di Ilisu che comporterebbe l’annientamento storico, culturale, sociale, ambientale di Hasankeyf e della valle del Tigri. L’obiettivo principale dell’Iniziativa è rendere nota la situazione di Hasankeyf, far conoscere il piano di costruzione della diga per fermarlo. Se la diga verrà portata a termine non solo la gran parte dei 289 punti archeologici (le antiche grotte e insediamenti) ufficialmente registrati locati nel bacino fluviale della diga di Ilisu saranno sommersi dall’acqua ma anche 204 insediamenti (villaggi e cittadine) in cui vivono circa 78.000 persone. Queste persone saranno forzatamente evacuate subendo danni sociali, psicologici ed economici. L’ecosistema della valle del Tigri verrà completamente rovinato. Per evitare tutto ciò l’Iniziativa agisce attraverso una serie di attività, dimostrazioni e campagne volte a  fermare i lavori di costruzione della diga di Ilisu e salvare il patrimonio storico, archeologico, sociale, culturale e umano dell’area.

 IL PROGETTO DELLA DIGA

 Il progetto prevede la costruzione della diga di Ilisu sul fiume Tigri a circa 15 chilometri da Dargecit nella provincia di Mardin ed a 65 chilometri dal confine con l’Iraq e la Siria. La diga di Ilisu sarà alta 138 metri, larga 1820 metri e creerà un lago artificiale ampio 313 chilometri quadrati. La costruzione della diga e della centrale elettrica fornirebbero una produzione energetica di 3.833 GW/h all’anno (1.200 Mw di capacità); con questa capacità il progetto di Ilisu risponderebbe al 2% della domanda di energia elettrica in Turchia nel 2012.

I piani di costruzione della diga di Ilisu sono stati discussi per la prima volta nel 1954; in un secondo tempo, nel 1982, il piano fu incorporato nel Progetto dell’Anatolia del Sud-est (Güney-Doğu Anadolu Projesi): progetto regionale di sviluppo idrico infrastrutturale che prevede la costruzione di 22 dighe e 19 impianti idroelettrici, teso al miglioramento delle condizioni tecnologiche, economiche e in seguito anche sociali di otto province nelle regioni del Sud e Sud-est della Turchia; nel 1997 Ilisu viene incluso anche nel programma ufficiale di investimenti regionali. Nel 2002 il primo consorzio costituito, composto di tre aziende ed una banca europee, decide di ritirare il proprio appoggio al progetto fermando i lavori. Per portare avanti i lavori della diga nel 2004 viene creato uno nuovo consorzio internazionale guidato questa volta dal “Dipartimento delle infrastrutture idrico turco” (DSI) e quattro imprese nazionali (Nurol, Cengiz, Celikler and Temelsu Uluslararasi) con l’aiuto di sei compagnie europee (VA Tech/Andrits, Zublin, Alstom, Stucky, Maggia and Colencio). Il progetto, dal costo di 1,52 miliardi di dollari (esclusi i costi finanziari) sarà finanziato dalle due banche turche: Garantibank e Akbank, e da alcune banche europee: la francese Societe Generale, la tedesca Dekabank e  l’austriaca Austria Bank Creditanstalt, del gruppo Unicredit. A causa di forti proteste da parte di organizzazioni della società civile nel 2005 il progetto viene fermato.

Nel dicembre 2006 il progetto riprende vita. Avviene infatti l’approvazione da parte delle agenzie di credito all’esportazione AEC Euler Hermes (Germania), SERV (Svizzera) e OeKB (Austria), di garanzie per le imprese dei tre paesi coinvolti nella realizzazione dell’opera. I tre stati europei vincolano il loro assenso all’erogazione di garanzie di credito da parte delle agenzie di credito all’export dei loro Paesi,  ad alcune condizioni (153 paragrafi) da soddisfare per poter continuare i lavori. Questo si è rivelato un momento importante per testare la fattibilità del progetto e la serietà dello stato turco: il progetto di sviluppo infatti non prevedeva (e non prevede ancora!) una soluzione adeguata per la preservazione del patrimonio culturale e storico dell’area, per la salvaguardia dell’ecosistema regionale e per il re-insediamento della popolazione della zona interessata. Se lo stato turco si fosse adeguato alle condizioni poste, Germania, Austria e Svizzera, avrebbero garantito un nuovo finanziamento del progetto a partire dal 2007.

Nonostante le richieste dei paesi europei il “Dipartimento delle infrastrutture idrico turco” (DSI) a guida del progetto ha di fatto ignorato l’accordo non adempiendo a nessuna delle 153 condizioni richieste per ricominciare i lavori della diga. Grazie al moltiplicarsi delle proteste e alle pressioni della società civile i tre paesi europei hanno dato un ultimatum allo stato turco chiedendo di aderire ai criteri posti. Il DSI ha però nuovamente ignorato gli ammonimenti e i tre stati europei hanno di conseguenza definitivamente ritirato il supporto finanziario al progetto della diga di Ilisu; nonostante ciò le compagnie europee continuano a lavorare.

Il governo turco non desiste ed ha affermato di portare avanti il progetto con propri fondi statali.

 GLI EFFETTI SULLA REGIONE

 L’ “Iniziativa per far vivere Hasankeyf” non è contro progetti di sviluppo e investimenti nella regione ma si batte per l’implementazione di progetti di sviluppo che rispettino il patrimonio culturale, ecologico e sociale dell’area. L’obiettivo è migliorare le condizioni socio-economiche della regione ed allo stesso tempo preservare e sviluppare il patrimonio culturale  e proteggere l’ambiente.

L’Iniziativa si oppone al progetto della diga di Ilisu per la serie di effetti negativi che la costruzione comporterebbe.

 Impatto sulla popolazione

 Il bacino creato dalla diga sommergerà parzialmente o completamente l’antica città di Hasankeyf e 199 villaggi in cui ora vivono circa 78.000 persone la cui maggioranza è di origine kurda; inoltre 30,000 nomadi verranno colpiti direttamente dal progetto. I nomadi della regione e quasi metà della popolazione non possiedono terreni o titoli di proprietà dei terreni quindi non potranno ricevere nessun indennizzo dallo stato. Per una parte della popolazione non c’è spazio per il re-insediamento e non sono state previste altre soluzioni di risarcimento fino ad ora. La maggioranza sarà costretta a spostarsi nelle città vicine (Diyarbak‎r o Batman) dove vivono, nelle periferie e in condizioni non buone, altre centinaia di migliaia di persone (stimati attorno ai 3 milioni) forzatamente evacuate negli anni 90. Queste persone hanno davanti a loro un futuro di estrema povertà causato dalla perdita del loro stile di vita e mezzi di sussistenza (le due attività di agricultura e allevamento); perderanno la loro storia e le loro radici; vedranno la distruzione dei loro villaggi e il disintegrarsi della ‘struttura familiare’. Nonostante non si veda grande mobilitazione o partecipazione da parte della popolazione contro la costruzione della diga i sondaggi mostrano che circa l’80 per cento della popolazione colpita si oppone al progetto. La gente ha paura, è restia ad opporsi attivamente allo stato (paura conseguente al conflitto presente nell’area a partire dalla metà degli anni 80 e alle politiche di soppressione e annientamento dell’identità kurda messe in atto dallo stato).

 Impatto culturale

 La zona di implementazione del progetto di Ilisu si trova nell’Alta Mesopotamia, la “culla delle civiltà”, che ha visto nascere e svilupparsi molti popoli e culture dall’antichità ad oggi. Qui si dice si sia sviluppato uno dei primi insediamenti umani.

Il progetto colpirà circa 400 siti archeologici. Il paese di Hasankeyf, il cui primo insediamento risale a 12.000 anni fa e tutto’ora è una città ‘vivente’, sito unico che unisce il ricco patrimonio storico-culturale alla bellezza naturale del luogo in cui si trova, le magiche sponde del Tigri, verrà sommerso assieme a tutta l’area circostante lasciando in superficie solo una parte del sito archeologico. Hasankeyf è un museo a cielo aperto: qui si trovano le tracce di circa 20 differenti civiltà e culture, centinaia di monumenti e più di 6.000 grotte. Una serie di ricerche in Turchia provano che Hasankeyf  rispetta 9 dei 10 criteri posti dall’UNESCO per entrare a far parte del patrimonio mondiale. Hasankeyf non è solo un sito archeologico ma è parte integrante della cultura vivente della regione e uno dei centri più importanti per la cultura Kurda, meta di oltre trentamila persone l’anno. La città rappresenta l’identità storica e culturale locale diventando il simbolo della lotta contro la costruzione della diga.

 Impatto ambientale

 – Il progetto distruggerà 400 chilometri quadrati di habitat naturale prezioso per la sopravvivenza di alcune rare specie animali (alcune delle quali in pericolo di sopravvivenza) tra cui la tartaruga dell’Eufrate dal guscio molle.

– Alto rischio per le terre che saranno irrigate dall’acqua delle dighe è la salinizzazione, con conseguente perdita di fertilità del suolo nel medio-lungo periodo.

– La distruzione irrimediabile dell’ecosistema del fiume Tigri causando la perdita irreparabile di biodiversità e modifiche climatiche irreversibili come l’annullamento delle piene stagionali a valle  da cui dipendono ecosistemi e sistemi agricoli. Ne sono prova i seri danni al sistema di agricoltura tradizionale nel bacino fluviale dell’Eufrate (progetto sempre parte del GAP).

 – L’ abbassamento delle falde acquifere laterali a valle della diga.

– Gli effetti connessi all’eutrofizzazione e all’inquinamento delle acque del Tigri in termini di diffusione di malattie quali malaria e leishmaniosi, rischi ammessi dallo stesso consorzio per la costruzione di Ilisu. Secondo un recente rapporto della World Health Organisation, la malaria sta facendo la sua ricomparsa nel sud-est della Turchia proprio a causa del GAP.

 -Impatto sui rapporti internazionali

 La Turchia condivide le acque del fiume Tigri con gli stati di Siria ed Iraq. In particolare l’Iraq dipende dalle acque del Tigri per l’irrigazione agricola e il rifornimento d’acqua nei centri urbani. Considerando che la capacità di accumulazione d’acqua della diga di Ilisu e delle altre dighe previste è maggiore del flusso annuale d’acqua che arriva dalla Turchia in Iraq le Convenzioni e le Leggi Internazionali richiedono che lo stato turco si consulti e negozi con Siria ed Iraq per raggiungere un accordo sull’utilizzo e la distribuzione delle acque del fiume Tigri. Questo accordo ancora manca! Per questa ragione la costruzione della diga di Ilisu e più in generale il progetto GAP sono tematiche controverse (illegali) dal punto di vista internazionale. Il cambiamento climatico causerà anche la diminuizione delle precipitazioni nel bacino fluviale Eufrate-Tigri per 11 anni; questa situazione minaccia di accrescere i rischi di conflitto geo-politici con Siria ed Iraq anche in tempo di pace.

 LO STATO DECIDE DA SOLO!

 Come abbiamo visto  non solo il progetto avrà una serie di effetti negativi sull’ecosistema, la cultura e la popolazione della regione ma è anche in contraddizione con le leggi nazionali ed internazionali. Nonostante questo il governo turco ha tentato con ogni mezzo possibile di giustificare la costruzione della diga in nome di un presunto sviluppo regionale. Nel luglio 2005 la Commissione degli Interni passa un disegno di legge che prevede il dislocamento del centro abitato di Hasankeyf senza discutere né tenere conto delle opinioni e bisogni degli abitanti. Il Consiglio dei Ministri decide poi di procedere all’espropriazione dei terreni e dei beni immobili applicando l’art.. 27 della legge turca sull’Esproprio che si applica in caso di necessità di difesa nazionale o emergenze, pubblicando la decisione sulla gazzetta ufficiale il 18 dicembre 2008.

L’Iniziativa e le associazioni che lottano per salvaguardare la Valle del Tigri ed Hasankeyf hanno fatto ricorso alla Corte Amministrativa di Diyarbak‎r e al Consiglio di Stato ad Ankara. Le istituzioni statali hanno cercato di nascondere alla popolazione i lavori eseguiti in contrasto con la legge mentre a giornalisti ed ambientalisti è stato vietato l’ingresso nell’area di costruzione della diga.

 PROPOSTE DI SVILUPPO ALTERNATIVE “INESISTENTI”

 Di fronte alle proteste della societa civile lo stato turco non ha saputo (voluto) proporre strategie alternative per migliorare le condizioni socio-economiche della regione del Tigri. “Non ci sono progetti di sviluppo alternativi migliori di questo”.

L’Iniziativa invece è di parere contrario: esistono concrete alternative di un più vivace sviluppo economico che non interessi solo la produzione di energia elettrica. Per esempio, si sa che la linea elettrica ad alta tensione ha una perdita di trasmissione energetica attorno al 21-23 per cento dell’intero sistema; se si implementasse un progetto per la riparazione della linea di trasmissione del costo di 2 miliardi di euro ci sarebbero un risparmio energetico tre volte maggiore rispetto a quanto produrrebbe la centrale idroelettrica di Ilisu. Inoltre, come altre regioni in Turchia, nelle regioni dell’Est e del Sud-est ci sono condizioni favorevoli per la produzione di energia rinnovabile. Si potrebbe utilizzare l’energia solare vista la media di 300 giorni di sole all’anno nell’area; o sviluppare impianti di energia eolica visti i venti presenti in alcune aree come nel triangolo Diyarbakir, Mardin e Urfa e nell’area Batman, Mus, Bitlis, Siirt. Purtroppo le proposte alternative di sviluppo regionale dell’Iniziativa e di altre organizzazioni  e ricercatori in Turchia non vengono prese in considerazione da parte del governo turco che continua ad agire seguendo un processo di decision-making fortemente centralistico.

 COME DOVREBBE COMPORTARSI LO STATO TURCO

 – Per procedere nel processo di integrazione della Turchia nell’Unione Europea il governo è obbligato ad allineare la legislazione nazionale ai criteri posti dall’UE per quanto riguarda l’ambiente, i diritti umani e il patrimonio culturale.

– Il progetto della diga di Ilisu e della centrale idroelettrica va interrotto; devono essere pianificati invece progetti alternativi di sviluppo sostenibile per la produzione di energia rinnovabile e lo sviluppo socio-economico della regione. Per fare ciٍ il governo dovrebbe promuovere dialogo e discussioni con le amministrazioni locali e organizzazioni non governative per giungere ad una soluzione in cui tutti gli attori interessati partecipino.

– Il governo deve puntare alla preservazione dell’unicità storica e culturale di Hasankeyf e della Valle del Tigri  adottando un progetto di sviluppo socio-economico che tragga beneficio da questa risorsa di ricchezza culturale e naturale e allo stesso tempo rispetti l’equilibrio dell’ecosistema dell’area.

– Il Ministro della Cultura e del Turismo deve cominciare il processo di richiesta di inclusione di Hasankeyf e della valle del Tigri nel patrimonio mondiale dell’UNESCO.

LA SITUAZIONE ATTUALE: ULTIMI SVILUPPI

 Marzo 2011. I lavori della diga di Ilisu stanno continuando senza sosta. Il villaggio di Ilisu è stato evacuato e un nuovo insediamento è stato edificato poco distante per gli abitanti. Il governo non sembra intenzionato a recedere dal progetto né sta cercando di creare un dialogo con le amministrazioni locali per trovare una soluzione alternativa e compartecipata.

 Una speranza. Nel corso del processo aperto nel gennaio 2000 dall’avvocato Murat Cano la Prima Corte Amministrativa di Diyarbak‎r ha deciso questo mese la costituzione di un gruppo di esperti (in ambito ambientale, storico e archeologico) che il 23 marzo andranno ad Hasankeyf per iniziare un’indagine sull’effettivo impatto del progetto al sito. Il processo aperto da Cano è supportato finanziariamente anche dall’Iniziativa ed ha come scopo quello di certificare la fattibilità del progetto in linea con la salvaguardia del patrimonio ambientale e storico. La commissione di esperti verificherà quale parte del sito verrà sommersa, se e come è stato pianificato lo spostamento dei ‘reperti’ storici e archeologici e se è una soluzione praticabile; in altre parole l’indagine vuole rispondere alla domanda: l’implementazione del progetto di Ilisu come e quanto lederà il patrimonio storico, archeologico e ambientale presente ad Hasankeyf? E’ stato fatto tutto il necessario per ridurre gli effetti negativi/distruttivi al minimo? E’ possibile un progetto di sviluppo alternativo? Il giudizio della commissione, nonostante non vincoli la decisione della Corte, è di importanza fondamentale per il futuro di Hasankeyf; se essi riterranno il progetto inadeguato e impraticabile i giudici dovranno tenerne conto. Se ciò non avverrà la società civile, non solo in Turchia, dovrebbe sollevarsi ancora una volta per impedire il proseguimento di questo progetto, non riesco a trovare un termine più consono, distruttivo.

Nonostante questo sviluppo, soprattutto grazie alle pressioni delle organizzazioni della società civile, lo stato non sembra cambiare idea. E’ stato pubblicato il nuovo rapporto del ÇED (Çevresel etki Değerlendirme) l’istituzione statale per la Valutazione degli Effetti Ambientali che analizza i progetti implementati e il loro impatto sull’ambiente e le risorse naturali. Questi rapporti non vincolano legalmente ma dovrebbero essere linee guida per la creazione di progetti di sviluppo che rispettino l’ambiente, valutazioni per capire benefici ed effetti negativi dei progetti in corso d’opera. Il rapporto pubblicato a marzo da il via libera al progetto di Ilisu! A parere del Çed, un’istituzione che teoricamente ha come obiettivo primo la salvaguardia del sistema ambiente, sembra non vi sia alcuna implicazione negativa per quanto riguarda gli effetti della diga sull’ecosistema della valle del Tigri.

 Hasankeyf nel frattempo rimane chiusa ai visitatori. Il 13 luglio 2010 il Ministero della Cultura e del Turismo e l’Ufficio Generale della Cultura vivente e dei Musei (Kültür ve Turizm bakanl‎k ve Kültür varl‎klar‎ ve Müzeler Genel Müdürlük) hanno deciso di chiudere la gran parte del sito archeologico a causa della caduta di un masso che ha ucciso un uomo.  “Il sito è pericoloso e vanno fatti dei lavori per renderlo a norma”. E’ stato costruito un alto cancello di ferro e impedito l’ingresso. Da allora sono passati nove mesi, i lavori vanno a rilento e il turismo, unica fonte di reddito del paese, è drasticamente diminuito causa l’impossibilità di accesso. Il 2 marzo il Ministero ha deciso la riapertura del sito a partire dal 15 aprile ponendo perٍò alcune condizioni. I visitatori non potranno più passeggiare liberamente in quello che è un museo a cielo aperto da scoprire passo per passo ma verranno dotati di una guida (a pagamento) che li accompagnerà lungo un percorso prestabilito e per un lasso di tempo determinato. 

L’Iniziativa continua la sua campagna di sensibilizzazione verso i governi e la società civile in Turchia e all’estero (non trovando pero sufficente sostegno da parte dalla Comunità Internazionale). Il 19 marzo ci troveremo ad Hasankeyf per piantare giovani alberi sulle sponde del Tigri. “Facciamo incontrare le radici degli alberi con le radici della storia” questo è il motto della quinta celebrazione di “Piantando nuove vite in Hasankeyf”. Ci auguriamo di vederli crescere forti questi alberi, non di vederli affogati in un lago artificiale.

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