IL PROCESSO KCK

Posted on February 2, 2011

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IL PROCESSO KCK

La Questione Kurda in tribunale a Diyarbakır

 Il processo cominciato il 18 ottobre scorso contro 151 (ora 153) membri della società civile e politica Kurda è ripreso il 13 gennaio 2011 dopo una pausa di due mesi in cui la corte doveva esprimersi sulla possibilità della difesa in lingua kurda.  

Gli arresti nella regione kurda erano cominciati il 14 aprile 2009, immediatamente dopo le elezioni aministrative tenutesi il 29 marzo nelle quali il partito legale kurdo, DTP (Partito della Società Democretica), aveva realizzato un risultato importante erodendo il supporto del partito di governo AKP (Partito di Giustizia e Sviluppo). Nel corso del 2009 e dei primi mesi del 2010 circa 1900 persone sono state arrestate sulla base di possibili legami con la Confederazione Democratica del Kurdistan (Koma Ciwaken Kurdistan) -da qui il nome ‘Operazione KCK’-, ritenuta dallo stato turco un’organizzazione politica di cui fa parte anche l’illegale PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). In aggiunta agli arresti, nel dicembre 2009 il partito kurdo DTP viene chiuso dalla Corte Costituzionale e 37 dei suoi membri sono banditi dall’arena politica per un periodo di cinque anni; le accuse: presunti legami con il PKK, propaganda e supporto di un’organizzazione terroristica. Lo stato turco sembra mettere in atto una strategia ‘silenziosa’ di neutralizzazione nei confronti delle voci della società civile e dei rappresentanti politici kurdi in un momento in cui il loro supporto nella regione sta crescendo e consolidandosi.

Il 18 ottobre per 151 degli accusati (di cui 103 agli arresti) comincia il processo. Fanno parte degli imputati Sabri OK, il rappresentante europeo del PKK, Muharrem Erbey, Presidente della sede di Diyarbakır dell’Associazione dei Diritti Umani (IHD), 28 membri del defunto partito kurdo DTP, e 12 sindaci democraticamente eletti nelle elezioni del marzo 2009 tra cui Osman Baydemir, sindaco di Diyarbakır. Sono tutte persone che lavorano nelle istituzioni di governo locali, in associazioni dei diritti umani, o attivisti del partito kurdo. Il Pubblico Ministero di Diyarbakır ha compilato un atto d’accusa di 7.578 pagine contro di loro in cui le accuse principali sono “distruggere/sconvolgere l’unità dello stato e l’integrità del paese”, “[essere] membri e leader di un organizzazione terroristica” e “aiuto e sostegno ad un’organizzazione terroristica”.  

La conclusione del processo era programmata per il 12 novembre (24 giorni totali dal 18 ottobre), ma siamo ora a gennaio e gli avvocati non hanno ancora iniziato la difesa degli imputati. Essi richiedono che venga rispettato il diritto di esprimersi nella lingua madre come scritto nei trattati internazionali (Trattato di Losanna, art.39), esigono di parlare e difendersi in kurdo. Sin dall’inizio del processo gli imputati si sono sempre espressi in lingua kurda sia rispondendo all’appello che alle domande della corte. Fino ad oggi però i giudici hanno rifiutato la richiesta di difesa in kurdo, definendo la lingua kurda una lingua sconosciuta (bilmeyen), ignorando le risposte degli imputati e impedendo agli stessi di parlare spegnendo i microfoni durante la seduta.  

Il 28 gennaio il sindaco di Batman Nejdet Atalay si è espresso in turco per la prima volta. Atalay a nome di tutti gli accusati ha tenuto un discorso in cui ha presentato alla corte i pensieri e le posizioni degli imputati. Si è espresso in turco per dare voce, rendere chiara e nota la loro posizione perchè “Il processo è cominciato da tre mesi ma non abbiamo ancora avuto la possibilità di esprimerci” afferma. Atalay insiste sul fatto che tutti gli imputati sono persone che possono parlare turco, lo conoscono bene, ma essi sono kurdi e vogliono difendersi nella loro lingua, vogliono poter avere la possibilità di spiegare le loro motivazioni, difendersi dalle accuse e discutere con la corte in kurdo. “E’ un diritto naturale”, “Siamo ostacolati. Si può parlare kurdo nelle strade ma noi non abbiamo la possibilità di usare questa lingua per difenderci”, e ancora: “Per vivere con onore è necessario mantenere la nostra storia, la nostra identità, non rinunceremo ad esprimerci nella nostra lingua madre”. Definisce questo processo un processo storico, un momento pregnante per la ‘Questione Kurda’ e il processo di democratizzazione in Turchia: “Questo processo determinerà il futuro della Questione Kurda e influenzerà l’apertura democratica”. Invita la corte a guardare alla realtà: “Questo non è un processo di colpe, ma è un processo politico”, gli imputati provengono tutti dal partito kurdo e dalla società civile kurda, “non abbiamo commesso alcuna colpa solo fatto politica: politica kurda in kurdo”. Sottolinea il fatto che in una democrazia è fondamentale avere un’opposizione libera che possa esprimersi, opporsi e criticare l’operato del governo. “Noi siamo persone che ‘fanno opposizione’”, persone che attraverso la politica, con strumenti legali e legittimi, sostengono le loro idee e cercano di migliorare il sistema politico turco, aggiungo io. Atalay critica poi la visione monolitica dello stato: non si può sostenere che turchi e kurdi con-vivono senza alcuna discriminazione in Turchia quando nella costituzione e nelle leggi è scritto che vi è una sola nazione, una lingua, una bandiera. Critica anche l’azione del governo AKP, sostenendo che questo processo farsa non è che l’esempio eclatante della politica ‘a doppio binario’ nei confronti del popolo kurdo: da una parte l’AKP sostiene il progetto di apertura democratica e chiama ad una soluzione della Questione Kurda, dall’altra non agisce concretamente in questo senso, anzi sembra sostenere le operazioni politiche di ‘neutralizzazione’ delle voci kurde, e questo processo ne è la prova evidente.

La seduta finisce. I famigliari e i presenti si alzano, cominciano a battere le mani, un battito di mani che si protrae per alcuni minuti trasformandosi in ritmo pulsante; i famigliari sembrano ‘urlare’ con le mani il loro appoggio, mostrando alla corte che il sostegno agli imputati è forte e non è scemato con il prolungarsi del processo. Si riprende nel pomeriggio ma l’aula è vuota. I giudici al loro posto, gli avvocati seduti nei banchi laterali, i famigliari in fondo alla sala, ma al centro dell’aula solo file di sedie vuote. Gli imputati non si sono presentati. Prende la parola un avvocato della difesa il quale dichiara di non procedere nella difesa degli imputati fino a quando non verrà accettata in lingua kurda. Tutti si alzano ed escono dall’aula. Il processo è postposto a martedì primo febbraio.

Questo processo è di cruciale importanza per la risoluzione della Questione Kurda in Turchia. Nel luglio 2009 il governo AKP ha lanciato ‘l’Apertura Kurda’: un piano per migliorare le condizioni socio-politiche kurde e cominciare un processo di pace, piano trasformato poi in ‘Progetto di Fratellanza e Unità Nazionale’: un progetto di ristrutturazione democratica rivolto a tutti i cittadini. Questa iniziativa è la prima e più significativa mossa da parte di un governo per affrontare la Questione Kurda in Turchia; tuttavia l’iniziativa non si è esplicata in una strategia chiara e definita e anzi, non ci sono stati che limitati cambiamenti effettivi/tangibili per i Kurdi. Al contrario, le relazioni tra il governo AKP, i partiti all’opposizione (CHP e MHP) e il nuovo partito kurdo BDP (Partito della Pace e della Democrazia) sono peggiorate, le operazioni politiche e militari continuano nelle province kurde e da ultimo la riforma Costituzionale non ha dato risposta a nessuna delle richieste kurde frantumando le ultime speranze e la scarsa fiducia dei kurdi nei confronti delle istituzioni statali. Il ‘processo KCK’ è ora l’evento che deciderà il futuro delle relazioni tra lo stato turco e i suoi cittadini kurdi. Qui nel tribunale di Diyarbakır la corte deciderà se i rappresentanti legali del partito kurdo e i membri della società civile potranno continuare a contribuire alla costruzione di una soluzione condivisa della Questione Kurda entro i limiti legali del sistema turco. Gli imputati sono determinati a non cedere, vogliono difendersi nella loro lingua madre. Questo è un diritto base che deve essere riconosciuto in uno stato che vuole definirsi democratico. Staremo a vedere se la corte modificherà la sua decisione. Se gli imputati verranno ‘silenziati’, se il dialogo tra stato e rappresentanti kurdi sarà interrotto, per i cittadini kurdi sarà difficile immaginare una via politica alternativa alla risoluzione della QK, per loro la lotta armata diventerà l’unico mezzo possibile, e logico, per continuare a ‘esprimere’ il loro malcontento e chiedere gli vengano garantiti alcuni diritti indiscutibili.

L’Unione Europea e l’intera comunità internazionale sembrano non comprendere la cruciale importanza del processo ora in corso a Diyarbakır nel direzionare il futuro della Questione Kurda in Turchia; processo che avrà dirette conseguenze sull’entrata della Turchia nell’Unione Europea.

Diyarbakır, 2 febbraio 2011

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