Hakkari, boicottando la nuova costituzione

Posted on September 12, 2010

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Villaggio nei pressi di Hakkari, 12 settembre 2010

11 settembre, mezzanotte. Arriviamo all’ingresso di Hakkari, capoluogo della Provincia più estrema del Sud-est turco ai confini con l’Iran e l’Iraq. Siamo un gruppo di otto: noi, sette amici di viaggio alla scoperta del Kurdistan turco, e Senay, il nostro autista di Silvan. Fermi al secondo punto di controllo militare aspettiamo di riavere i documenti. Pochi kilometri prima abbiamo incontrato il primo check point. Mostriamo i passaporti, compiliamo un modulo, poche domande: nome, cognome, occupazione, perchè ci troviamo proprio lì, ad  Hakkari. Hakkari la ‘prigione a cielo aperto’, una prigione fatta di montagne di roccia con un’unica strada di accesso e un’unica strada di uscita. Arriviamo di notte attraverso la stretta valle dello Zap, il fiume che continua il suo corso in Iraq. Sembra di essere sul carrozzone degli orrori ai Luna Park, il cielo nero, il dolmuş avanza rumoroso e incerto su strada a tratti sterrata, ai lati oscurità, le montagne si percepiscono soltanto perchè i militari vi hanno collocato luci colorate per controllare meglio l’area, un tendaggio nero con luci teatrali. La mia vicina di viaggio ed io, stanche, ci suggestioniamo a vicenda su cosa nasconda l’oscuro sipario. Ora il secondo controllo, i militari parlano veloce, in turco, sono tesi, vogliono capire cosa ci fanno li sette stranieri –sei donne e un uomo, sei italiani e una francese-. Siamo semplici viaggiatori, andiamo a trovare un amico. Sono costretta a dire nome e cognome del nostro ospite, quanto ci fermeremo, dove andremo. Domani è un giorno importante in cui sono attese tensioni, è il 12 settembre, giorno del colpo di stato militare del 1980 e giorno del referendum costituzionale in cui i cittadini turchi decideranno se modificare la Costituzione redatta proprio in seguito al golpe. Passiamo. E’ l’una. La città è in silenzio. Togliamo le scarpe, ci accolgono in una sala lunga, una sorta di stanza-corridoio coperta di tappeti e cuscini ai lati, sorrisi e occhi grandi, abbracci di persone che si conoscono appena ma che sento sicuri, fidati. Lasciamo fuori il buio, gli sguardi freddi e indagatori dei militari armati, la tensione di un ulteriore controllo, entriamo a Casa. Tutti per terra seduti lungo le pareti, tappeti ruvidi, luci di casa, brusio televisivo, arriva il te –çay-. Tintinnare di cucchiaini contro il vetro dei piccoli bicchieri a forma di corpo di donna a creare vortici arancio-rossi. Io sono l’unica che sa il turco, che può parlare con la voce, sono il mezzo di comunicazione tra il gruppo e la famiglia, il ponte tra Noi e Loro.

12 settembre. Giorno del referendum costituzionale. Il risultato del referendum deciderà se il pacchetto di riforma costituzionale supportato dal governo del Partito di Giustizia e Sviluppo (AKP nel suo acronimo turco) entrerà in vigore modificando in alcune parti la Costituzione del colpo di stato.

Il progetto di una nuova ‘costituzione civile’ era presente nell’agenda politica dell’AKP sin dal 2007. La nuova carta costituzionale redatta in coincidenza con le elezioni politiche di quell’anno avrebbe apportato cambiamenti significativi anche per la minoranza Kurda – in primis la ridefinizione del concetto di nazione e cittadinanza turca-; il progetto è stato però accantonato dal governo causa la forte opposizione politica –e non- e la poca volontà di proseguire con decisione del governo stesso. Nel luglio 2009 l’AKP lancia l’ “Apertura Kurda”, poi ampliata in “Iniziativa Democratica”, per cercare di risolvere il problema Kurdo; in dicembre per le prima volta nella storia della Repubblica la Questione Kurda viene discussa in parlamento e nel gennaio 2010 come sviluppo di questo processo il governo AKP presenta un pacchetto di riforma costituzionale. Nonostante il progetto di una costituzione completamente nuova venga abbandonato la riforma comprendeva alcune importanti richieste Kurde quali un nuovo meccanismo di rappresentanza per permettere ai partiti che non superano la soglia del 10 per cento di essere rappresentati in parlamento e regole più severe per la chiusura dei partiti. La riforma costituzionale ha incontrato però forti critiche sia da parte dei partiti all’opposizione che dell’esercito e dell’establishment Kemalista in generale subendo così  pesanti riduzioni e diventando un “mini-pacchetto democratico”. Sembra che il governo AKP per ottenere il sostegno necessario al progetto di riforma  prima delle elezioni del 2011 abbia acconsentito a ridurne ancora di più la portata, dimenticandosi delle promesse fatte e marginalizzando la Questione Kurda sostenendo solo gli emendamenti “più importanti”. Come risultato nonostante la riforma costituzionale fosse cominciata come parte dell’ “Apertura Kurda” il pacchetto presentato in Parlamento ad aprile non conteneva nessuna delle richieste fatte dal Partito Kurdo della Pace e della Democrazia (BDP). Le aspettative Kurde stimolate dall’AKP non hanno ricevuto risposta, la “riforma” ha prodotto delusione, sfiducia e rabbia tra i Kurdi e portato il BDP a non sostenere gli emendamenti in parlamento. Il governo AKP si è trovato in questo modo isolato sia contro l’opposizione di CHP e MHP che definisce la riforma costituzionale troppo radicale  e vede lo sgretolarsi di privilegi e potere, sia contro il BDP che invece non percepisce nessun cambiamento effettivo nelle riforme proposte. Gli articoli passati al voto in Parlamento non hanno raggiunto i 367 voti necessari per entrare immediatamente in vigore; superata la soglia dei 330 voti l’emendamento ha bisogno di un secondo voto, quello popolare del referendum, per diventare effettivo. Il partito Kurdo decide di boicottare i seggi. Dopo mesi di discussioni e  promesse le speranze Kurde vengono di nuovo infrante da una riforma costituzionale che non ri-forma, che non prende in considerazione nemmeno uno dei diritti richiesti dal popolo Kurdo, diritti essenziali per dichiararsi una democrazia.

Nonostante non vi sia nessun emendamento che riguardi specificamente la Questione Kurda va sottolineata la presenza di due articoli particolarmente importanti che vanno a ridefinire il ruolo di alcune istituzioni statali –l’HSYK che equivale al nostro Consiglio Superiore della Magistratura e la Corte Costituzionale, sedi del potere dell’elite Kemalista- stravolgendo e ri-bilanciando la distribuzione del potere all’interno dello stato a favore di Parlamento e Governo, organi democraticamente eletti e non nominati. La riforma costituzionale non è quindi del tutto priva di valore, la sua importanza va rintracciata nella nuova distribuzione di potere tra gli organi statali che dovrebbe aprire la strada alla normalizzazione del funzionamento della democrazia rappresentativa, primo passo per ulteriori riforme di portata più ampia che incidano direttamente anche sulle condizioni della minoranza Kurda.

12 settembre ad Hakkari. Di giorno Hakkari cambia faccia, le montagne nere diventano d’ oro e rame contornate da un cielo azzurro acceso senza nuvole. Oggi non si va in centro. La ‘nostra’ famiglia, come tante altre, decide di non partecipare alle dimostrazioni di protesta – protesta contro il referedum ma anche contro l’uccisione di nove guerriglieri da parte dell’esercito avvenuta pochi giorni prima-, e di non presentarsi ai seggi elettorali. Come mi dice uno dei figli piccoli riportando le parole di Osman Baydemir, sindaco di Diyarbakır, oggi si fa “piknik referendum”. Gli abitanti di Hakkari in massa sostengono il BDP e scelgono di boicottare le urne. Partiamo in dolmuş, direzione villaggio di famiglia. Qualche casa pochi kilometri sopra Hakkari, un’alta montagna di fieno giallo, un ruscelletto che si fa strada tra le case, gli orti rinsecchiti dal sole, bambini urlanti. Sostiamo all’ombra degli alberi, facciamo colazione con pomodori e cetrioli appena raccolti, yogurt e formaggio, conversiamo con gli uomini della vita in Hakkari, nei villaggi, degli ultimi sviluppi dell’ “Iniziativa Democratica”. Non ci sono sviluppi, si torna indietro. I nove guerriglieri del PKK uccisi dai militari sono gli ultimi di una serie di ‘martiri’; molti morti si contano a partire dal primo giugno quando il PKK ha deciso il ritiro del cessate il fuoco unilaterale (cessate il fuoco unilaterale ripreso poi il 13 agosto e prolungato a novembre) e le operazioni militari si sono verticalmente intensificate. La situazione peggiora di giorno in giorno, nel Sud-est Turco –il Kurdistan turco- i festeggiamenti della fine di Ramadan finiti il giorno prima non sono stati felici,  si parla di Festa Nera –Kara Bayramı-. Dopo un tentativo di lezione di lingua Kurda in cui cerchiamo di imparare almeno le parole chiave di saluto e ringraziamento rallegrata dai bambini che ci riempiono le borse di mele piccole come noci ci avviamo alla volta di un altro villaggio. La scoperta: non è un villaggio ma una radura all’ombra di una fila di pioppi altissimi dove sembra sia radunato un paese intero. E’ un unica grande famiglia, meglio, un’ Aşiret –una tribù- di quattro fratelli con tutti i loro figli e figlie, nuore, generi, figli dei figli e nipoti. Tante coperte e teli a creare un’unica lunghissima e ampia tovaglia bordata di persone, di uomini e donne di tutte le generazioni insieme a festeggiare questo giorno. Riuniti per gridare al governo che NO, non sostengono la “nuova costituzione” perchè nuova non è, perchè al di là di alcune, poche, modifiche anche importanti, questa è ancora la costituzione del colpo di stato, di una Turchia ad un’unica nazione, bandiera e lingua che ancora non riconosce la ricchezza della pluralità dei popoli di Turchia. La riforma costituzionale dell’AKP non apporta alcun cambiamento sostanziale, non è più democratica, non garantisce una maggiore e vera protezione di diritti civili e politici, né risponde a nessuna delle richieste del popolo Kurdo; modifica solo i meccanismi di potere tra le istituzioni statali, l’AKP agisce solo per proprio tornaconto personale. Viene servito riso bianco, un pò di verdura, pollo alla griglia, filoni di pane sparsi sulla tovaglia; un pasto semplice, condiviso, tutti danno una mano e infine si siedono ai bordi della lunghissima tovaglia cerata, si mangia insieme, otto persone –noi otto- non fanno la differenza, basta stringersi un pò. Viene il momento del çay. I giovani giocano a pallone, i più piccoli poco più sotto si buttano in piscina, le donne si riuniscono a chiacchierare, ridere e sgranocchiare semi di girasole, io ed Anna, la nostra professoressa e botanica, cominciamo una lunga conversazione con Haci Lezgin, uno dei quattro fratelli capostipiti, molti ragazzi si siedono attorno a noi, ascoltano rapiti. Lezgin parla di religioni, si definisce un “musulmano universale”, professa l’Islam ma ribadisce il valore di ogni culto e l’importanza  di accettare le diversità di lingua, cultura, storia, religione, qualsiasi uomo nasce e viene al mondo con gli stessi diritti, il diritto alla vita ci viene dato da Dio e solo da Dio può esserci tolto. Si connette quindi alla lotta del popolo Kurdo, definisce la violenza come inaccettabile ma le circostanze tragiche in cui si trova il suo popolo che non si vede rispettati i diritti fondamentali e il diritto primario alla vita hanno portato inevitabilmente all’uso della violenza, unico mezzo per non venire sopraffatti, “grazie al PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) esistiamo ancora e possiamo continuare a lottare”. “Oggi boicottiamo perche nessuna delle nostre richieste è stata ascoltata”. I Kurdi decidono di non votare no unendosi ai partiti di opposizione, non dicono no alle modifiche apportate, alle riforme, al cambiamento, ma decidono di boicottare la “nuova costituzione” perchè ancora non li riconosce e non garantisce loro i diritti base, vogliono dimostrare che il popolo Kurdo esiste ed è unito. Nonostante i non-progressi, promesse non rispettate, aspettative non concretizzate, ancora morti, diffondersi di disillusione, a volte rabbia, la grande famiglia riunita oggi sotto i pioppi trasmette speranza, unione, volontà di credere che una strada c’è, una strada che parte dal popolo Kurdo e i loro rappresentanti. Lo stato turco deve prendere in considerazione le richieste Kurde e instaurare un dialogo con il loro vero rappresentante, il Partito della Pace e della Democrazia (BDP).

13 settembre, risultati. La riforma è passata, hanno vinto i ‘si’ con il 58 per cento dei voti contro i ‘no’al 42 per cento. L’affluenza alle urne è stata del 77 per cento che significa che il 23 per cento a livello nazionale non si è presentato ai seggi. In Hakkari si è registrata la massima partecipazione al boicottaggio: il 93 per cento degli aventi diritto hanno boicottato le urne, a Diyarbakır, la teorica capitale del Kurdistan Turco, il 70 per cento della poplazione si è unito alla campagna del boicottaggio, seguito da Şirnak con il 77 per cento e le altre province Kurde di Van, Mardin, Siirt , Batman dove i votanti sono stati meno del 50 per cento. La riforma è passata, l’AKP ha vinto contro l’opposizione; ma non è il solo, anche i Kurdi possono dichiararsi vincitori, hanno dimostrato di essere uniti e hanno confermato che il BDP è l’unico vero rappresentante della maggioranza dei Kurdi e le sue richieste devono essere ascoltate. Il non-voto è un grido che chiama ad una nuova costituzione democratica.

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Testo di Carlotta Grisi          Fotografie di Marika Bertoni

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